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Se solo potessi ti prenderei a calci: recensione

Se solo potessi ti prenderei a calci

A quanto pare uno dei temi emersi delle nomination dell’edizione 2026 degli Oscar è quello della genitorialità: se Una battaglia dopo l’altra, Sentimental Value e Hamnet (ma anche Sinners) portano in scena dei padri assenti o manchevoli o poco affidabili, lo stesso Hamnet e questo Se solo potessi ti prenderei a calci – come l’escluso Die My Love – esplorano una maternità tutt’altro che tradizionale, tra il disfunzionale e l’ossessivo.

Per il secondo film in carriera di Mary Bronstein, che arriva a a 17 anni di distanza dall’esordio Yeast, più di esplorazione bisognerebbe parlare di focalizzazione, dato che la concentrazione su un solo personaggio, anche visiva, è il punto centrale dell’opera.

Linda, la protagonista interpretata da una fenomenale Rose Byrne, autrice di una prova realmente sfumata, a differenza delle colleghe di nomination, è infatti costantemente inquadrata dall’obiettivo del direttore della fotografia del film, con un 35mm in pellicola spesso e volentieri a distanza ravvicinata, con conseguente effetto claustrofobico che si stempera solo verso le fasi finali.

C’è in effetti una ragione se oltreoceano si è subito proposto il paragone con Diamanti grezzi, Marty Supreme e in generale il cinema dei fratelli Safdie, e non soltanto perché il marito di Bronstein è collaboratore storico dei due fratelli; la carica ansiogena delle rispettive opere è simile, così come vi sono similarità a livello strutturale, sopratutto nella scelta di incentrare tutto su un personaggio e sulle costanti e regolari sciagure che costituiscono divagazioni e inabissamenti rispetto alla narrazione principale. Differente è però l’esito finale, dato che nei film dei Safdie c’è sempre una fuga in avanti del protagonista, mentre Linda precipita quasi volontariamente in una spirale autodistruttiva restando praticamente ferma sul posto.

Ma veniamo alla trama di Se solo potessi ti prenderei a calci: Linda è una psicoterapeuta la cui esistenza sembra essere assorbita totalmente dalla figlia affetta da un male che ha qualcosa a che vedere con i disturbi alimentari o la perdita di peso, per la quale è attaccata a un sondino che le perfora la pancia; a (non) aiutare Linda un marito assente e a ostacolarla il soffitto della sua casa, sfondato da una voragine da cui cola qualcosa di viscoso. La metafora è trasparente, forse fin troppo, Bronstein non la sottolinea inutilmente ma è indubbio che il cinema, recente e non, ha usato spesso questa figura per rappresentare una crisi urgente nella vita dei personaggi.

Per fortuna la regia fa una serie di scelte nette molto azzeccate e radicali, altrettanto scoperte ma efficaci. La macchina da presa, un 35mm analogico, inquadra con insistenza il viso di Rose Byrne (Orso d’Argento a Berlino, Golden Globe, nomination all’Oscar), abbandonandolo quasi mai – almeno all’inizio – lasciando fuori campo, sullo sfondo o sfocati tutti gli altri personaggi di contorno, altrettanti ostacoli sul percorso di Linda (non si può non nominare l’anempatico terapeuta Conan O’Brien). A ciò si aggiunge un sound design molto intelligente, in cui volumi e distanze vengono amplificati e distorti in modo espressivo, per restituire la percezione soggettiva della donna, nonché una luce feroce, sempre netta e appiattita.

Un armamentario stilistico, che trova la propria pietra angolare per l’appunto nel viso e nel corpo di Byrne, la quale imprime espressioni di un’infinita stanchezza e stilettate di ironia e autoironia a un personaggio perennemente in preda a sensi di colpi, dubbi, tormenti interiori, scatti di rabbia repressa, mentre tenta di accudire una bambina, che non vedremo mai in volto (espediente un po’ facilone, ma che si fa notare). È solo grazie a lei se l’impianto non crolla sotto i colpi della pretenziosità, e se ci risulta credibile questo personaggio di una madre cui non è concesso un attimo di riposo, incapace di essere felice della propria genitorialità e a cui viene negata ogni possibilità di sfogo in modo sistematico.

Una bomba a orologeria che il film rifiuta di far detonare, con una programmaticità – che alcuni hanno trovato furberia festivaliera – soffocante che sfiora l’abitudine, beandosi della limitazioni auto-imposte e che nega spessore e ampiezza a una vicenda che poteva ben altri risvolti. Eppure Bronstein lavora bene con i propri limiti, anche quando il confronto con il cinema di Cassavetes (nume tutelare innominato) è tutto a suo svantaggio, e riesce in quello che è un po’ l’obiettivo di tutto il cinema incentrato sui personaggi: lasciarli vivere, affiancandosi loro senza giudicarli.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 03/06/2026
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