Camera a mano, montaggio serrato, dialoghi che si sovrappongono senza mai chiedere permesso.
Questo e molto altro nell’ultimo film diretto da Josh Safdie, che torna a raccontare l’America dei margini e dell’ossessione con un’opera febbrile, sporca, pulsante.
Marty Supreme racconta la vera storia di Marty Reisman, interpretato da uno straordinario Timothée Chalamet, e lo fa con uno stile che ti prende alla gola fin dai primi minuti. Un ottimo film, che però si porta dietro anche qualche “ma”.
Siamo negli anni ’50, in un’America in pieno fermento. I giovani sono stanchi, affamati, pieni di voglia di emergere e di sogni che sembrano impossibili da realizzare. In mezzo a questo caos c’è Marty, giovanissimo, che sogna una carriera in qualcosa che non è ancora nemmeno considerato uno sport: il ping pong. Per lui non è un passatempo, non è un’alternativa. È tutto. L’unica via d’uscita possibile.
Marty Reisman sa che non c’è nient’altro nella sua vita oltre a quel tavolo, a quella pallina che rimbalza come un battito cardiaco impazzito. Non ha un piano B, non ha reti di sicurezza. Questa consapevolezza lo spinge a vivere costantemente sul filo, a scendere a compromessi, a muoversi come un disperato in un mondo che non è pronto ad accoglierlo ma che lui vuole forzare a ogni costo.
Ad accompagnare Chalamet in questo viaggio troviamo un cast tanto eterogeneo quanto sorprendente: Gwyneth Paltrow, Tyler The Creator, Kevin O’Leary, e un inaspettato Abel Ferrara, che torna come attore in una pellicola apparentemente assurda ma profondamente carica di significati. Safdie costruisce un universo popolato da figure ambigue, sponsor, uomini di potere e opportunisti, tutti orbitanti intorno a Marty come satelliti instabili.
Le musiche fanno da collante emotivo alla storia, mentre le partite di ping pong sono messe in scena con un realismo impressionante: sembrano vere, fisiche, quasi documentaristiche. È come assistere a una diretta televisiva, con la tensione che sale punto dopo punto. La fotografia e il montaggio donano al film uno stile riconoscibile, rendendolo scorrevole e ipnotico nonostante una durata importante di circa due ore e mezza.
Eppure, c’è un “ma”.
Marty Supreme sembra scritto addosso a Timothée Chalamet. La sua presenza sullo schermo è onnipresente: ogni frame, ogni inquadratura, ogni momento sembra costruito esclusivamente per lui. I personaggi secondari restano sullo sfondo, quasi sacrificati, e non vediamo mai davvero cosa succede al di fuori della sua vita. A lungo andare questa scelta, per quanto coerente con il personaggio, rischia di stancare e di rendere il racconto più chiuso, meno respirabile.
Per carità, il film funziona, eccome. È potente, magnetico, travolgente. Ma quel “ma” resta. Ed è forse inevitabile in un film che appare così vicino alla perfezione formale da lasciare poco spazio all’imprevisto emotivo. Un’opera che sembra anche una vetrina totale per Chalamet, e che potrebbe davvero regalargli un Oscar più che meritato.
Prodotto da A24 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures, Marty Supreme segue il percorso di un protagonista sfrontato, consapevole di sé, disposto a esporsi, a cercare sponsor, occasioni e scorciatoie, a forzare i confini sociali pur di inseguire un sogno che non ammette compromessi.
Più che raccontare un’ascesa sportiva, Safdie mette in scena un movimento incessante, un flusso continuo di incontri, tensioni e traiettorie che si incrociano, costruendo un mondo instabile, attraversato da giudizi e aspettative.
Un film imperfetto, energico, vivo. Come il suo protagonista.







