L’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica, comunemente nota come Festival di Venezia (oserei suggerire un rebranding), si è chiusa come tutti ben sappiamo.
Ovvero tra le polemiche più o meno accorate relative alla vittoria di un film considerato minore nella filmografia di Jim Jarmusch – Father Mother Sister Brother – e un secondo posto tributato al vincitore designato sull’onda dell’emozione collettiva e pressoché universale – The Voice of Hind Rajab.
Quando un film è migliore di un altro?
Si aprono dunque innumerevoli riflessioni: quali sono o dovrebbero essere i criteri di valutazione di una giuria di un festival? Devono includere e prevedere l’aspetto politico, privilegiare il tema, l’attualità del contenuto, o concentrarsi su lato artistico, il carattere di novità, il tasso di sperimentazione linguistica? Occorre una giuria specializzata di artisti, sarebbe meglio passare ai critici, sterzare di 180 gradi con una giuria popolare? Tutti hanno un’opinione ma nessuno custodisce una risposta definitiva. È tuttavia abbastanza ovvio che poter contare su nomi noti in giuria rappresenti un modo per garantirsi in autorevolezza, prestigio, pubblicità e dunque investimenti, fondi, partnership, in un circolo virtuoso di cui è abbastanza difficile ipotizzare un’alternativa valida. Per cui, almeno per i festival maggiori, è alquanto improbabile aspettarsi un dietrofront nel futuro prossimo venturo.
Al fondo però c’è la solita questione relativa all’arte o, se vogliamo volare basso, all’intrattenimento che si serve di un linguaggio espressivo: cosa vuol dire che “un film è migliore, più meritevole di attenzione o di ricevere un premio di un altro”? Come abbiamo appena visto, chiunque può dare una risposta differente al quesito, fermo restando che ogni opera è un universo a sé, che si esprime in un modo diverso creando o adottando un linguaggio diverso. Il sapore di una pera è migliore di quello di una bistecca? Si possono affiancare o confrontare e persino valutare?
The Voice of Hind Rajab: ricatto emotivo o film politico?
Come un fulmine a ciel sereno è piombato nel dibattito un film come The Voice of Hind Rajab. Sin dalle prime proiezioni la grandissima emozione provocata anche in un pubblico più preparato della media, nonché il racconto di una vicenda legata a doppio filo con quanto sto avvenendo in Palestina – cambia poco chiamarlo genocidio o massacro indiscriminato sistematizzato – hanno subito convinto una larga fatta dei presenti che il Leone d’oro sarebbe dovuto andare d’ufficio al film diretto dalla tunisina Kaouther Ben Hania. E se si specifica “larga fetta” è perché non pochi hanno sollevato dubbi sull’operazione, esprimendo perplessità in merito alla pura qualità artistica del film, nonché sull’opportunità di raccontare una storia del genere avendo come finalità la pura commozione (il tropo del “ricatto emotivo”),
Facciamo un passo indietro. Non sarà qui che risolveremo – né chi scrive, né voi che leggete – l’arcano di cosa significhi fare un “film politico”, o addirittura il significato del termine “politica”: solo per fare un esempio esplicativo, qualcuno ha imputato alla Mostra del Cinema di Venezia il desiderio di rifarsi una verginità politica, quindi mostrandosi non avulsa dalla realtà, selezionando film incentrati su argomenti attuali di forte rilevanza geopolitica. La critica, allo stesso tempo, era quella di aver snobbato le “opere realizzate in modo realmente politico”, ovverosia che possono vantare modalità produttive lontane da logiche industriali, sperimentazione linguistica e punti di vista narrativi originali e inediti.
Un film politico o un film fatto in modo politico?
Venezia – ma si può dire la stessa cosa di Cannes – è un festival che, quantomeno nella sua selezione ufficiale, celebra un concetto di autore svalutato a categoria di marketing, presentandolo come l’insieme delle sue idiosincrasie, di tocchi caratteristici, ossessioni, elementi ricorrenti, storie simili l’una all’altro. Il tutto a uso e consumo di un ipotetico reparto pubblicitario avente come scopo quello di vendere il film e portare gli spettatori al cinema.
È quindi con sempre maggiore fatica che si può parlare di “cinema realizzato in modo politico”, sia perché le modalità e le occasioni scarseggiano, ma anche i luoghi realmente importanti deputati a sostenerlo.
Tornando invece al “cinema politico”, qualche domanda sorge spontanea: perché considerare come politici solo alcuni temi (esempi: una nazione bombardata, cambi di regime, insurrezioni, magagne parlamentari, operazioni dei servizi segreti) e non – per dire – altri temi quali le crescenti diagnosi di stati ansioso-depressivo, il peggioramento delle condizioni di lavoro, la genesi di nuove strutture famigliari?
Non è politico il melodramma, genere per eccellenza del “io e te, insieme contro il mondo”? Perché avrebbe minor valenza politica un film come The Materialists, che mette in scena i mutamenti delle relazioni sentimentali incrociandoli con i rapporti di classe/economici – e quindi racconta la società in cui siamo immersi – di un qualunque film incentrato magari su un eccidio, ma concentrato sulla cronaca emotivo-pietistica di una vittima?
The Voice of Hind Rajab: popolare o sperimentale? Entrambi!
Veniamo dunque così a La voce di Hind Rajab – sì, c’è già un titolo italiano perché l’accorta I Wonder lo distribuirà nelle sale italiane, in tempi record, dal 25 settembre. Al di là della capacità di commozione, del meritorio racconto di una tragedia o della presa di posizione, il film è uno dei sempre più rari tentativi di fondere la vocazione popolare del cinema – comprensibile da chiunque, agile e agevole, scorrevole, privo di complicazioni sintattiche, con tanto di semplificazioni narrative al limite della didascalia – e la sperimentale, per il modo piuttosto ardito con cui affronta il tema della rappresentabilità, dell’utilizzo di immagini reali, della stessa utilità del cinema politico e della nostra responsabilità.
Sulla scia di quanto già fatto in Quattro figlie, Ben Hania utilizza sia le vere registrazioni intercorse tra gli operatori della Mezzaluna Rossa e la sfortunata bambina sia alcune immagini reali. C’è quindi qualcosa di più, e di più profondo, rispetto al semplice omaggio ai protagonisti della vicenda, perché ciò di cui vuole parlare il film, nella sua commistione di verità, finzione e ricostruzione, è anche l’impresa (impossibile?) di destare la nostra coscienza atrofizzata dalla proliferazione di materiali digitali sulla tragedia in corso in Palestina. Il dubbio, morale e pragmatico, dei protagonisti, nel momento in cui scelgono di diffondere la voce di Hind Rajab per provocare clamore sui social media e fare pressione sulle autorità israeliane, si riflette specularmente sul dubbio inerente la scelta di realizzare un film sulla vicenda.
È utile a qualcosa produrre l’ennesimo contenuto, per quanto di maggiore durata e dalla maggiore capacità di coinvolgimento, quando i missili continuano a cadere, le bombe a esplodere, i fucili a sparare? Ben Hania sembra estremamente consapevole di camminare su un terreno sdrucciolevole, passibile di critiche (che effettivamente sono arrivate). Nondimeno la regista prende di petto la questione della pornografia del dolore cercando di sfidare questa lettura, ovvero moltiplicando i piani d’ascolto disperati, i dettagli dei volti solcati dalle lacrime, le inquadrature dei corpi scossi dall’impotenza.
Probabilmente il suo obiettivo è proprio questo: arrivare al limite per rappresentare con quanta più forza possibile non soltanto il senso di impotenza dei protagonisti – chi potrebbe fare qualcosa per salvare delle vite ma è impossibilitato da una burocrazia antagonista – ma anche la nostra di impotenza, l’impotenza di chi davanti a un monitor non può fare altro che inviare del denaro per finanziare operazioni umanitarie o partecipare a manifestazioni sempre ben intenzionate ma che per forza di cose si limitano a un’efficacia strettamente simbolica.
The Voice of Hind Rajab come un’icona della nostra impotenza
È qualcosa che mi ha ricordato, in maniera molto laterale, quanto avviene con le icone religiose per i fedeli ortodossi: una certa lettura vuole che quando queste sono realizzate da un pittore graziato da una fede profonda, allora non sono più delle rappresentazioni ma riescono a incarnare concretamente e a essere ricettacolo di pietà, misericordia, devozione (insomma i classici valori associati al Cristianesimo).
Da questo punto di vista The Voice of Hind Rajab, nel suo usare tutti gli artifici del cinema popolare svuotandoli (per quanto possibile, sia chiaro) da retorica e convenzionalità, tende infatti a proporsi più come esperienza che rappresentazione di quell’angoscia, di quel senso di impotenza, di quel dolore sordo di fronte alla morte inevitabile di un’innocente. Un oggetto artistico, o se preferite un prodotto cinematografico, che chiede di essere esperito prima che letto.
Non è un mistero che venga dato un grande rilievo alle vittime infantili di una tragedia: si dice che il motivo sia per la loro innocenza, essendo privi di colpe o responsabilità riguardo a quanto accaduto loro. Il mio personale dubbio – associato al sospetto che l’abbinamento “donne e bambini” abbia origine in un mondo tipicamente arcaico/patriarcale – è che in realtà ciò che ci ferisce della morte dei bambini sia il nostro fallimento, non essendo riusciti ad assicurare protezione a chi non è ancora autosufficiente e ha minori o nessuna capacità di provvedere a se stesso, affidandosi implicitamente ai propri cari.
Se i protagonisti iniziano a disperarsi sin dall’inizio del film – il che sarebbe anche una risposta a chi accusa l’opera di essere “troppo costruita”: l’emozione ha un arco di crescita per essere efficace, normalmente non si comincerebbe a cannoni spiegati – è perché il dramma al fondo di The Voice of Hind Rajab è proprio questo: il nostro fallimento come esseri umani che, pur pur avendo plasmato a proprio piacimento la realtà che li circonda, non sono in grado di difendere gli esseri più fragili, indifesi e vulnerabili del mondo che è stato posto sotto la loro cura.
La voce di Hind Rajab e Warfare: un confronto, tra empatia e appello all’azione
Circa un mese fa nelle sale italiane è stato distribuito l’ultimo film di Alex Garland, Warfare. Il film racconta un episodio della guerra in Iraq dal punto di vista di un manipolo di soldati statunitensi e il progetto è nato a partire dal desiderio del co-regista Alex Mendosa di fornire a uno dei suoi commilitoni un resoconto audio-visuale, il più dettagliato possibile, di quanto avvenuto in quella manciata di ore, dato che questi ne aveva perso memoria.
Ecco, nonostante tutte le cautele registiche utilizzate da Garland per evitare la trappola della propaganda, La voce di Hind Rajab, che si propone come un’operazione di ricostruzione simile, si pone su tutt’altro livello: in primis etico – dispiace, ma ogni tanto questa parola bisogna ricordarsi di usarla – non solo, e semplicemente, per la scelta del punto di vista adottato (gli operatori di pace e le vittime), ma anche perché lo si può leggere come un’apologia degli operatori della Mezzaluna rossa, che purtroppo hanno fallito nel loro intento di salvare la bambina, dalla comprensibile rabbia dei parenti. E non un viaggio nella memoria di un carnefice. Sia chiaro, c’è spazio per qualunque posizione o opinione nel cinema, ma è evidente che la prospettiva adottata non è priva di conseguenze etiche.
Il che ci porta a un’ulteriore critica potenziale del film: i medesimi strumenti, mutatis mutandis, non potrebbero essere usati dalla parte del torto? Certo che sì, e personalmente risponderei che ogni vittima di un conflitto ha diritto all’esercizio dell’empatia. Tuttavia l’empata non è l’unico atteggiamento che, come esseri umani gettati nel mondo, ci viene chiesto di assumere: ampliare lo sguardo, contestualizzare, separare e definire, storicizzare – in estrema sintesi, capire! – sono atteggiamenti altrettanto se non più importanti della semplice commozione. Ecco perché il meccanismo auto-riflessivo del film, che ci attira e ci respinge a corrente alternata, impone di non limitarsi alla pura e semplice risposta emotiva: va bene ascoltare il rimescolio dello stomaco, ma poi bisogna anche allertare sensi e cervello.
In conclusione possiamo dire che, rispetto alle esplicite richieste del movimento Venice 4 Palestine di una presa di posizione di Venezia di condanna del genocidio del popolo palestinese e censura di Israele, ci pare che la selezione de La voce di Hind Rajab sia una risposta non soltanto più adeguata (una manifestazione cinematografica parla con il proprio programma, ovvero chi si seleziona e chi si esclude) ma anche più sottilmente politica rispetto al solito schieramento mediatico, all’espressione di biasimo od ostilità fine a se stessa.
Al contrario di quanto spesso capita, il film non ha nessuna inutile pretesa di far cambiare simpatia politiche agli spettatori, ma è parso al sottoscritto che, per citare Sartre, si possa considerare un appello alla libertà di chi lo guarda: la libertà di immaginare un mondo in cui una bambina non muoia imprigionata in un’automobile, crivellata di colpi e circondata dai cadaveri della propria famiglia; o un mondo in cui non si debbano ascoltare le sue grida terrorizzate, o una realtà in cui i soccorritori non perdano la vita tentando di salvarla; ma anche la libertà di immaginare un modo per fermare tutto questo, la libertà di fare delle azioni concrete che esulino dalla mera certificazione di impegno a mezzo social (la malattia dei nostri tempi, se me lo chiedete).
La voce di Hind Rajab potrebbe non essere affatto un film perfetto, non riuscirà a evitare qualche legittimo dubbio di abuso retorico, non avrà la sofisticazione e la sperimentazione richiesta dai cinefili oltranzisti… ma possiamo davvero lamentarci se per una volta la politica è rientrata a gamba tesa e con prepotenza sullo schermo cinematografico?










