Presentato in competizione al Festival di Cannes del 2023, candidato all’Oscar per il miglior documentario e vincitore di un César, arriva finalmente anche nelle sale italiane Quattro figlie, nuova opera della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che già avevamo conosciuto con il suo interessante e parzialmente riuscito L’uomo che vendette la sua pelle.
Obiettivo della cineasta è rimettere in scena la storia di Olfa, donna tunisina, madre molto severa ma benintenzionata di quattro figlie, due delle quali scomparse (per una ragione che poi si scoprirà), mentre le restanti si interrogano sul proprio passato e sul rapporto con la società e la famiglia.
Ben Hania fa interpretare a tre attrici le figlie maggiori sparite e la stessa Olfa, nelle scene più dure, non soltanto creando una strana sinergia, un dialogo costante tra realtà e finzione, ma anche una misteriosa comunanza tra chi interpreta e chi ricorda davanti alla macchina da presa.
A partire da una materia potenzialmente oggetto di un brutto documentario Netflix – quelli sensazionalistici e narrativamente ricattatori – Ben Hania abbatte il confine tra realtà e finzione in molti modi, in primis dando occasione a chi ha vissuto quanto racconta di venire patti con traumi e responsabilità, quindi producendo quasi una seduta psicoanalitica in un set alla quale contribuiscono direttamente le attrici coinvolte con la propria empatia e sensibilità.
Visivamente semplice ma non privo di una certa eleganza e di un buon gusto per la composizione, Quattro figlie mescola con stupore lacrime e risate, momenti di commozione e banalità fra sorelle, rendendo Olfa un’eroina dalla complessità notevole, vittima di se stessa e della tradizione ma anche carnefice inconsapevole, mentre sullo sfondo una galassia di uomini tutti uguali non fanno che rovinare l’esistenza di una famiglia alla quale è impossibile non affezionarsi







