Non era facile raccontare un protagonista che è una delle figure più controverse, discusse e orribili della storia recente. Perché se Hitler è stato la mente delle pagine più controverse del secolo scorso, Mengele ne era il braccio. Era lui personalmente, in nome della scienza con cui camuffava il proprio sadismo, a torturare prigionieri ebrei.
Eppure Kirill Serebrennikov, come già dimostrato in passato con le sue biografie di personaggi scomodi, in La scomparsa di Josef Mengele, in concorso al Festival di Cannes, ci è riuscito grazie ad uno sguardo intelligente con cui racconta le continue fughe e i continui cambi di identità del medico nazista, attraverso quasi tutta l’America Latina, in oltre quattro decadi che vanno dal 1945 al 1979.
Una fuga durante la quale c’è sempre alle calcagna il passato, che si incarna nelle fattezze del figlio di Mengele, bramoso di trovare un qualche tipo di pentimento nel padre o un dietrofront rispetto alle sue nefaste ideologie.
Il tema scottava, e d’altro canto era molto alto il rischio di una messa in scena attraverso la quale patteggiare per il protagonista del film, con conseguente gogna mediatica. Tuttavia lo sguardo del regista, anche sceneggiatore del film tratto dal romanzo di Olivier Guez, è razionale, lontano il giusto dal suo personaggio, simbolico (come la prima bellissima scena), e si tiene distante da una pornografia visiva della Shoah che spesso rappresenta un forte richiamo in questa tipologia di opera.
Serebrennikov si concede un unico flashback nelle sale operatorie naziste e per il resto dona un ritratto di un uomo isterico e logico, saldo e grossolano, aiutato da un bianco nero ricco di gradienti e dalla magnifica interpretazione di August Diehl che, in uno degli ultimi monologhi, riesce nella incredibile impresa di trovare un granello di ingiustizia nella condanna storica del suo personaggio.
Perché la storia spesso vede, processa e manda al cappio, ma ancora più spesso ama impersonificare in un solo personaggio i crimini che denuncia.
Da non perdere!







