Scalfire la roccia – Cutting Through Rock, distribuito in Italia da Wanted Cinema come evento speciale nelle giornate dell’8, 9, 10 e 11 marzo, è un documentario diretto da Sara Khaki e Mohammadreza Eyni che racconta l’insolito percorso politico di Sara Shahaverdi.
Unica biker donna del suo paese sperduto nel nord est dell’Iran, testarda, autorevole e con un divorzio alle spalle, Sara decide di candidarsi al consiglio comunale del suo villaggio, dove nessuna donna ha mai ricoperto quella carica. La sua avventura politica, accolta dalla stragrande maggioranza dei suoi compatrioti con entusiasmo e curiosità, comincia con il piede giusto, e nulla sembra ostacolare Sara nel suo cammino contro le tradizioni patriarcali e le vuote promesse mai mantenute dai suoi predecessori.
Sara vuole occuparsi della distribuzione del gas in tutte le case, aiutare chi le chiede sostegno e insegnare alle bambine, soprattutto ai loro genitori, che sposarsi prima di cominciare il liceo non darà a loro e alle loro famiglie la stabilità e la serenità che immaginano.
Ma i rappresentanti dell’ordine costituito trovano il modo di ostacolare Sara, rendendole ancora più difficile realizzare i suoi obiettivi. Sarà, nella più classica tradizione maschilista, il suo corpo ad essere oggetto di analisi invasiva e mortificazione: il suo aspetto non convenzionale diventa un’arma di offesa politica.
Cutting Through Rock è candidato all’Oscar 2026 come miglior documentario, insieme a The Alabama Solution (disponibile per la visione su HBO Max), The Perfect Neighbor (su Netflix), Come See Me in the Good Light (su Apple TV) e Mr. Nobody Against Putin. Con Un Semplice Incidente di Jafar Panahi, Cutting Through Rock è una delle due opere di quest’anno girate su suolo iraniano e candidate all’Oscar, una circostanza che dopo gli eventi degli ultimi giorni appare come un paradossale cortocircuito.
L’Iran, di cui in questo momento si sta parlando quotidianamente per ragioni che sfortunatamente non riguardano l’ambito culturale, è un Paese dalla politica complessa, che ha, dal secondo dopoguerra in poi, ha spesso attirato l’attenzione mediatica occidentale con tragiche rivolte e contro-rivolte, ma anche realizzando opere artistiche che hanno avuto un importante impatto mondiale e raccontano di un popolo che ha da sempre lottato per la sua indipendenza e dimostrato che la cultura è politica.
Siamo abituati a pensare all’Iran, e al Medio Oriente, come a una zona arretrata, in cui le donne non hanno diritti, e questo film in qualche modo dimostra che alcune delle nostre idee sono corrette. I matrimoni delle bambine, in quelle zone isolate, sono comuni, e ci si rassegna amaramente ad essi come a un male necessario.
Eppure questo documentario dalla regia invisibile, che segue la sua protagonista lasciando che sia lei a guidare la macchina da presa, racconta un mondo pieno di contraddizioni e ingiustizie ma anche di forza e umanità, di chi non considera normale ciò che è semplicemente consuetudine. Chi guarda questo film in occidente tirando uno sbrigativo sospiro di sollievo per il fatto di non essere nato lì, dovrebbe riflettere su quanto importa, dei nostri sudati diritti, a chi governa noi e le grandi potenze del nostro angolo di mondo. Gli ultimi giorni stanno dimostrando che la nostra politica non è semplicemente appannaggio maschile, ma patriarcale nel senso più deteriore del termine.
Nessuno è al sicuro, e l’essere, apparentemente, più “liberi”, non ci rende più bravi a difendere ciò che ci permette di esserlo, soprattutto quando la guerra bussa alla nostra porta, anzi dovremmo prendere esempio da chi lotta per ottenere spazio per farsi sentire. La storia di Sara inoltre esemplifica bene l’esito dell’ondata femminista da poco conclusasi e di quelle precedenti: iniziale entusiasmo, scontro con un mondo non ancora pronto a cambiare davvero, arrivo a un compromesso finale con annessa corsa ai ripari aspettando la consueta controndata.
Ma la lotta per l’uguaglianza non è mai invano, anche se le vittorie sono piccole come una gita in moto attraverso il deserto e sembrano inconsistenti in confronto al male che si subisce. E di questi tempi le piccole vittorie sono davvero la cosa più preziosa che abbiamo.







