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Un semplice incidente: recensione

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Quando si parla di “cinema civile” si intende troppo spesso una filmografia composta da opere il cui unico presunto valore consiste nello schierarsi dalla parte giusta della storia. Un merito conquistato sin troppo facilmente, molto spesso, a discapito di una qualità cinematografica accessoria. Jafar Panahi invece produce un altro tipo di “cinema civile”, ovvero un cinema che mira a rivolgerci domande sulle nostra civiltà e a fare quanto possibile per migliorarla.

Dopo essere stato imprigionato, censurato e probabilmente anche vittima di qualche tipo di tortura fisica e psicologica, il regista iraniano dirige il suo primo film da uomo libero, Un semplice incidente, vincitore della Palma d’oro a Cannes e presentato fuori concorso alla Festa del Cinema di Roma, dove Panahi è stato omaggiato di un premio alla carriera.

E da un’opera del genere ci si poteva aspettare una resa dei conti, il più che legittimo soddisfacimento del desiderio di colpire il regime che lo gli ha impedito di lavorare per 15 lunghi anni; invece Un semplice incidente è un’opera umanissima, che parte dal concetto di vendetta per aprirsi a una riflessione molto più profonda e lucida e un’interrogazione più urgente.

La trama infatti ricalca un classico thriller, e Panahi è bravo nell’introdurci con atmosfere quasi hitchcockiane: un uomo in viaggio con la propria famiglia si ferma in un’officina per far riparare la propria macchina e uno dei meccanici riconosce – o crede di riconoscere – in lui il torturatore che lo ha reso invalido nel corso di una lunghissima prigionia. Il protagonista non può fare a meno di pensare alla vendetta e quindi si prepara a restituire il dolore subito, ma un dubbio gli impone di fermare per un istante la mano.

Inizia così un’opera tesissima, che da thriller diventa un dramma venato di umorismo nero, carico di sorprese, soprattutto perché questo piccolo capolavoro di economia dei mezzi – come spesso accade in Panahi molte scene si svolgono all’interno di un veicolo – scivola presto in una dimensione quotidiana, fatta di piccoli e grandi intoppi e lunghe discussioni intorno alla questione centrale del film.

“Che fare?”, si chiedono i personaggi radunati da Vahid, il protagonista. Ognuno di loro reca sul proprio corpo e nella psiche le ferite inferte dal torturatore e ognuno ha reagito a proprio modo. Ora, posti di fronte alla possibilità di chiudere definitivamente i conti con il proprio passato, devono rispondere a una domanda pressante per chi ha subito un torto ed è stato vittima di violenza di stato: concedere un difficile perdono o lasciarsi andare alla vendetta? E ancora più importante, qual è il futuro che si vuole costruire con questo gesto? A cosa è servita la battaglia politica ingaggiata? Quale è la responsabilità individuale, quando può o deve diventare collettiva?

Il regista non rinuncia in tutto ciò a concederci uno sguardo beffardamente ironico, ma pur sempre amorevole, su un Iran e degli iraniani che sembrano essere stati corrotti nel profondo dal regime: si ride a più riprese di fronte alla richiesta costante di denaro (elargizioni, piccole bustarelle, regali) da parte dei più insignificanti rappresentanti delle istituzioni o da semplici passanti.

E però, se si può ingenuamente credere di trovarsi di fronte a un cinema formalmente semplice, diciamo anche sciatto nella sua veste semidocumentarista, tante scene ci ricordano quanto sia efficace lo sguardo di Panahi – si pensi alla scena nella discussione nel deserto, con la macchina da presa che si muove da destra a sinistra e viceversa per seguirne l’andamento – in condizioni di evidente difficoltà produttiva, dato che il film è stato comunque girato in condizioni difficili per aggirare la censura.

Quando si arriva al confronto finale, una lunghissima e serratissima scena statica di quasi 20 minuti, ci si rende conto che tutto ciò che è stato seminato prima, incluso un incredibile atto di generosità, ha contribuito a farci entrare nel cuore del povero Vahid, che affrontando quanto ha patito può finalmente aprirsi a una speranza nient’affatto ingenua, anzi segnata dal rancore e del rimpianto.

Sarebbe davvero un peccato perdere l’occasione di vedere Un semplice incidente in sala e tributare così il giusto omaggio non soltanto a un coraggiosissimo essere umano come Jafar Pahani, ma anche un vero e proprio gigante del cinema, l’unico cineasta vivente che ha realizzato il “Grande Slam” del cinema europeo, ovvero la vittoria di Locarno, Berlino, Cannes e Venezia.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 11/07/2025
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