L’ultima fatica di Ira Sachs, regista, tra gli altri, di Passages, The Delta e Love is Strange, è Peter Hujar’s Day, un film sperimentale ed immersivo, che rimette in scena in chiave cinematografica un’intervista al fotografo Peter Hujar della scrittrice Linda Rosenkrantz avvenuta nel 1974 a Manhattan.
Il nastro dell’intervista è andato perduto, il libro all’interno del quale doveva essere inserita l’intervista non è mai stato scritto e solo nel 2022 grazie a una trascrizione dell’intervista, ritrovata tra le carte di Hujar, è stato possibile realizzare il libro omonimo da cui ha tratto ispirazione il film Peter Hujar’s Day, presentato alla Festa del Cinema di Roma.
L’obiettivo di Rosenkrantz nel ‘74 era quello di realizzare un libro in cui gli intervistati, suoi amici nonché personaggi in vista del mondo culturale newyorkese, raccontassero semplicemente la giornata che avevano appena trascorso, come stessero scrivendo un diario personale.
Sachs si attiene al testo e all’idea di Rosenkrantz in maniera fedele, senza tentare di imporre alcuna struttura narrativa, ma limitandosi a mettere in scena, in maniera minimalista ma scenograficamente accurata, una New York che non esiste più, che forse non è mai esistita per come la immagina chi non l’ha vissuta.
In maniera simile a quello che Robert Bresson fece nel 1951 quando realizzò Diario di un Curato di Campagna e Kenneth Branagh in maniera ancor più rigorosa con il suo adattamento cinematografico di Amleto del 1996, Sachs segue il testo parola per parola lasciando che le intenzioni dei personaggi trapelino attraverso esso.
Le interpretazioni di Rebecca Hall (Linda Rosenkrantz) e soprattutto di Ben Whishaw (Peter Hujar), unici due attori in scena per l’intera durata del film, sono intense ma trattenute, come concedessero agli spettatori di intuire solamente quello che muove segretamente i loro personaggi. Si tratta di un film che rifugge dai canoni del cinema narrativo e sembra piuttosto un’esperienza immersiva che prende ritmi, scenari e parole in prestito da un altro tempo.
Un tempo e un luogo dove era possibile imbattersi in Allen Ginsberg, scoprire dove e come vivesse e chiacchierare con lui, cercare un buco nell’agenda per cenare con Susan Sontag e immaginare cosa significasse essere un artista queer negli anni ’70. Un’operazione quasi Warholiana per il modo in cui rompe canoni e invita a guardare per scoprire e sentir scorrere, semplicemente, il tempo.







