A 38 anni dalla morte del celeberrimo conduttore di Portobello il caso giudiziario di Enzo Tortora resta ancora una delle macchie indelebili della storia oscura della Repubblica Italiana, un misto di psicosi, persecuzione giudiziaria, surrealismo, forca mediatica e sudditanza psicologica nei confronti del nascente fenomeno dei pentiti di mafia.
Non appare quindi per niente come un caso che per il suo vero debutto televisivo – Esterno notte non lo contiamo come tale – peraltro come prodotto italiano di punta della novità dello streaming HBO, il veterano Marco Bellocchio abbia scelto di portarne la vicenda sul piccolo schermo.
La miniserie in 6 episodi, infatti, è un concentrato delle ossessioni del regista e in particolare della feroce sfiducia e ostilità nei confronti delle istituzioni e del potere (tutti, nessuno escluso, raffigurati con il solito esoterismo bellocchiano) perfettamente enucleata nella storia di un uomo molto amato, all’apice del successo, che viene preso in ostaggio da forze sconosciute, i cui rappresentanti però sono uno più ridicolo dell’altro, e da quello stesso Stato che poco prima lo aveva elevato e nobilitato, tanto da insignirlo del titolo di Commendatore.
Sgomberiamo subito il campo da equivoci: Portobello non è la miniserie con la quale Bellocchio prende particolari rischi, sia a livello stilistico che contenutistico, ma può essere tranquillamente essere considerata come un ottimo distillato del suo cinema, adattato a una narrazione popolare, piacevole e abilmente messa in scena, solo in qualche frangente attraversata da una vena più anarchica che si esplica nell’usuale attenzione all’aspetto onirico-metaforico.
Non che si voglia negare l’audacia con cui il regista fustiga la solidarietà negata dalla Rai (co-produttrice del prodotto) al conduttore del prodotto, nonché l’abbandono bi-partisan del mondo politico dell’epoca, ma non c’è da scandalizzarsi se definiamo Portobello una fiction di lusso, lontana anni luce dalla ponderosità di Esterno notte, perché con questo termine intendiamo lodare un’apertura al pubblico limpida, priva di concessioni eccessive, da parte di Bellocchio e del suo team di sceneggiatori (Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore).
Ne è un esempio il moltiplicarsi di punti di vista e personaggi che prendono il centro della scena all’interno di una narrazione corale che evita di affossarsi troppo sul dolore, lo sdegno, l’incredulità e la grande dignità dello spigoloso Tortora interpretato da Fabrizio Gifuni, mai così in forma. Ecco allora l’imprevedibilità del magistrato Giorgio Fontana di un incredibile Alessandro Preziosi, il Pannella istrionico di Tommaso Ragni, il calore umano espresso da Anna Tortora, la sorella di Enzo di cui veste i panni una splendida Barbora Bobulova.
E non si possono poi non citare Francesco Russo, in un piccolo ruolo molto divertente, o il luciferino Lino Musella, probabilmente il vero co-protagonista della miniserie, o la nervosissima Irene Maiorino nei panni della testimone Nadia Marzano… e si potrebbe andare avanti ancora a lungo, giacché il vero punto di forza della serie è un cast assolutamente in palla sorretto dalle ottime caratterizzazioni fornite dagli sceneggiatori.
Inevitabilmente qualcosa si perde in questa narrazione così sfaccettata di un caso che a conti fatti poteva essere raccontato in modo molto semplice e che a lungo – forse fin troppo a lungo – si dipana negli stretti pertugi del carcere. A farne le spese le vicende famigliari di Tortora e la sua vita privata, forse anche per questioni di pudore, perché a Romana Maggiore Vergano nei panni della compagna “segreta” Francesca, oppure a Carlotta Gamba in quelli della figlia Silvia sembra essere stata concessa minore materia su cui esercitare la propria abilità istrionica.
Sono queste alcune delle porte che Portobello apre senza mai sondare veramente il terreno per trovarvi del materiale fertile; un’altra, anche se attraversata con maggiore convinzione, è quella del senso di colpa e di responsabilità dello stesso Tortora, accusato da più personaggi di essere l’autore di un programma consolatorio, prono ai buoni sentimenti, svenevole e in fondo connivente con quel potere che poi lo avrebbe scaricato brutalmente alla prima avvisaglia di pericolo – come si intuisce nella suggestiva e inquietante scena dell’ipnosi di massa in diretta.
Pur con un buon ritmo e una bella capacità affabulatoria, la miniserie esplode realmente nella sua seconda metà, allorché i molteplici nodi vengono al pettine e si cavalca il doppio binario emotivo dell’indignazione mista a impegno civile e quella dell’assurdità kafkiana. Due sentimenti che deflagrano definitivamente durante il doppio processo, piuttosto debitore dei toni e della comicità lunare già vista nel finale de Il traditore.
Insomma, Portobello è una di quelle miniserie-mondo in cui ogni spettatore, dal più attento al più distratto, dal più analitico al più empatico, può trovare qualcosa di buono cui appigliarsi durante il dipanarsi della storia. Una serie adatta a tutte le stagioni, frutto dei grandi capitali messi a disposizioni da una major, dell’ottimo artigianato italico e dello sguardo personale di Bellocchio che saetta spesso e volentieri, sopratutto nella direzione degli autori, nell’attenzione agli ambienti e alle scenografie (innumerevoli i dettagli significativi) e in quell’atmosfera allucinata che pervade i momenti più forti di queste 6 ore.










