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Chopin – Notturno a Parigi: recensione

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Fryderyk Chopin non ha di certo bisogno di presentazioni, né oggi né tantomeno nella Parigi del 1830. Il film polacco di Michal Kwiecinski, scritto da Bartosz Janiszewski, racconta gli ultimi struggenti anni del musicista compatriota dell’autore.

Chopin – Notturno a Parigi è uno dei film di produzione polacca con il più alto budget di sempre, un’enorme operazione volta a mettere alla luce la persona dietro al personaggio. Chopin, infatti, vive per tutta la pellicola una lunga e tortuosa battaglia fra l’amore per la musica e la sua malattia, una feroce tubercolosi che ostacola prepotentemente la sua quotidianità.

Chopin – Notturno a Parigi: trama e recensione

Le feste notturne a Parigi, i concerti a palazzo e le lezioni private scandiscano la vita e il cuore del musicista, ma il corpo ne risente: un conflitto interiore irrisolvibile, un nemico impossibile da sconfiggere.

Nonostante questa premessa, il film non riesce a entrare in profondità di ciò che vuole raccontare. Gli eventi mostrati sembrano accadere per una semplice sequenzialità, il film diventa un mero excursus temporale di vari momenti della vita di Chopin. La struttura, dunque, sembra composta quasi da dei capitoli, che a volte non risultano nemmeno essere troppo in armonia fra loro, accomunati solo dallo stesso tema di fondo (malattia vs. ossessione per la musica). L’ultima parte, poi, viene tirata eccessivamente per le lunghe, non aggiungendo molto a ciò che è già stato raccontato in precedenza.

Per fortuna, il reparto tecnico tenta di compensare a queste lacune. Le scenografie restituiscono perfettamente l’atmosfera dell’epoca e i costumi non lasciano dubbi sulla minuziosa cura della pellicola. La regia di Kwiecinski, poi, riesce a restituire con grazia il dolore e il distacco emotivo provato da Chopin nell’avanzare della sua malattia e nei rapporti interpersonali che intraprende.

La punta di diamante del film è senza dubbio l’interpretazione di Eryk Kulm, che mostra egregiamente le dimensioni più sfaccettate del musicista. Se a volte le scene possono risultare inconcludenti, i movimenti e le espressioni dell’attore riescono a sopperire a questo difetto, portando a casa un risultato soddisfacente.

Infine, rimane un po’ di amaro in bocca per la mancata incisività del reparto musicale. Insomma, da una pellicola con protagonista Chopin ci si aspetta di sentire tanta musica, le opere più famose e iconiche del musicista. Si sceglie, invece, di relegarla in secondo piano, non dando il giusto respiro a un talento così gigante come quello del compositore polacco. Una scelta voluta, certo, che però nell’economia generale del film sembra essere un’occasione un po’ sprecata. Si parla tantissimo di quanto Chopin sia ossessionato dalla sua musica, ma di fatto poi la si sente fin troppo poco.

Autore

  • Fabio Perrone

    Fabio Perrone nasce in Germania, cresce a Reggio Emilia e vive a Roma: avrà finito di spostarsi verso sud? A sei anni guarda per la prima volta Avatar: The Last Airbender che segna l’inizio della sua ossessione per le serie tv e l’animazione.   Questa fissa lo porta a laurearsi in Arti e Scienze dello spettacolo alla Sapienza, per poi decidere di inseguire il suo sogno di diventare uno sceneggiatore. Frequenta quindi la Scuola Leo Benvenuti e poi il Corso Executive di Scrittura per l’Animazione Internazionale della Civica Luchino Visconti.   Nel suo tempo libero scrive progetti di serie tv e film firmandosi con il cognome di sua madre, Velardi, che lo portano a partecipare a diversi pitch contest in giro per l’Italia.   I suoi padri spirituali sono Lynch, Anno e Scola ed è convinto che, se un giorno riuscisse a scrivere qualcosa di anche vagamente simile alla penna di Phoebe Waller-Bridge potrebbe morire felice.

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Data pubblicazione: 02/18/2026
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