Si è già detto e scritto tutto il possibile su Kill Bill, che non è soltanto il quarto dei nove film diretti da Quentin Tarantino (chissà se arriverà mai il “famoso” decimo), ma anche il primo ambientato nel cosiddetto “Universo del film”; ovvero di quel mondo di film proiettati nei cinema dei più realistici mondi narrativi di Le Iene, Pulp Fiction e Jackie Brown in cui le convenzioni e i cliché cinematografici vengono abbracciati in maniera quasi feticista.
Lo abbiamo sempre conosciuto come un dittico, Kill Bill, con un primo Volume più vicino ai jidai-geki e ai kung-fu movie e un secondo, invece, che funge da rielaborazione postmoderna – e affettuosamente tarantiniana – dello Spaghetti-Western in un’ottica più urbana e contemporanea.
Una suddivisione, in verità, più voluta per ragioni commerciali dalla Miramax di Harvey Weinstein che non da Tarantino che aveva immaginato Kill Bill come un’esplosiva, organica e sanguinosa epica di oltre 4 ore. Ed è con quel cut, infatti – personalissimo e voluto con tutte le sue forze –, che Kill Bill arriva alla 59esima edizione del Festival di Cannes due anni dopo l’approdo in sala per una speciale proiezione fuori concorso per poi perderne le tracce (eccetto che per una proiezione – mitologica – al New Beverly Cinema dello stesso Tarantino nel 2011). Due decenni dopo, con un perfetto tempismo celebrativo, arriva al pubblico nella sua interezza grazie a Midnight Factory e Plaion Pictures per un evento speciale, dal 28 maggio al 3 giugno.
E non che cambi poi molto perché un paio di scene estese, qualche accorgimento (la sequenza degli 88 Folli su tutte) e, in particolare, la scelta di un raccordo elegante a autoriale per unire i due Volumi con cui creare armonia di montaggio là dove c’era il vuoto dell’interruzione: cambia la forma – è vero – ma non ciò che ha reso Kill Bill non solo uno dei più importanti film della sua epoca, ma anche il più genuinamente creativo dei film di Tarantino. Un’epica postmoderna in bilico tra passato e presente cinematografico che nel celebrare la settima arte in tutte le sue forme “da combattimento” si cristallizza come revenge-movie femminista classico e granitico.
Perché rivederlo quindi? Perché oltre a essere la Director’s Cut più chiacchierata degli anni Duemila, a un certo punto The Whole Bloody Affair pareva quasi essere una leggenda metropolitana per quanto seppe fare rumore in quelle sue fulminee apparizioni sul grande schermo. Vederlo è un atto dovuto e per una duplice ragione.
Non soltanto verso Tarantino che per quanto recentemente sostenitore di posizioni politiche più che discutibili, rimane un inossidabile punto di riferimento per ogni cinefilo degno di questo nome, ma anche verso lo stesso Kill Bill che trova qui la sua espressione più pura, autentica e finalmente in linea con la visione originaria del suo autore: un unico grande film, come sarebbe dovuto essere e come, da adesso in poi, sempre sarà.







