Giuliano adora lo smart working ma per gli altri colleghi non è così. Un giorno, nel tentativo di combinare un appuntamento al buio al grafico della sua azienda, si trova ad invitarlo a lavorare a casa sua. Sarà l’inizio di un incubo per Giuliano, che ben presto si troverà a trasformare il suo appartamento nella nuova sede operativa della sua azienda.
Svevo Moltrasio, alla sua seconda regia, si trova per la prima volta a lavorare con una produzione vera (il suo primo film Gli Ospiti era un film autoprodotto e in parte finanziato tramite un crowdfunding), ma il cambio logistico produttivo non va ad alterare la sua poetica, che resta coerente a quanto mostrato nel primo film, ma soprattutto a quanto dichiarato in alcuni suoi famosi video Youtube in cui si interroga sui problemi del cinema italiano.
Smart Working riesce infatti a restare in quei pilastri fondamentali per il rinascimento del cinema italiano che sono l’originalità dei soggetti, l’analisi clinica e cinica della società italiana, la scelta di un cast di attori adatti al ruolo. Per dirla in un altro modo, Smart working è il tentativo di recuperare la commedia all’italiana cercando di adattarla ai tempi.
Tempi che non hanno visto cambiare il nostro rapporto con il lavoro e le sue tossicità. Il film lo dice chiaramente: non siamo capaci di vivere lontani dalle dinamiche sociali che esso ha, siamo bestie sociali che devono continuamente aggregarsi tra di loro e arriviamo ad accettare quelli che sono gli ostacoli a una vita serena.
E quindi il pacifico personaggio di Maccio Capatonda, che trovava all’azzeramento delle relazioni sociali, la propria forza si trova a soccombere contro l’ignoranza dei suo colleghi, che a differenza sua, non sembrano aver trovato una dimensione al di fuori del lavoro. In particolare si trova a soccombere contro Gianni, interpretato da uno straordinario Maurizio Nichetti, che nel suo bonario modo di fare si rivela un approfittatore e manipolatore.
Svevo non vuole fare un film commerciale, ma neanche si perde in una dimensione eccessivamente autoriale, la sua visione è quella di registi come Marco Ferreri o Alex de la Iglesia, che pur cercando di intrattenere il pubblico non si facevano problemi a irretirlo con situazioni che potremmo definire respingenti.
E Smart Working, senza però mai affondare il colpo, ne ha molti di momenti che fanno sorridere a mezza bocca perché fanno capire come in parte la nostra società è rimasta quella di Fantozzi, che si chinava in modo servile sotto i padroni, ma che ora è ancora meno tutelata.
Un film che sicuramente si consiglia di vedere, seppur non perfetto, in particolare per la sottotrama di Laura, la moglie di Giuliano, che spesso sembra essere aliena al resto del film, e che si segue principalmente per la buona prova recitativa di Sara Lazzaro.
Smart Working è però sicuramente un film che mostra e dimostra quanto dichiarato da Moltrasio e che si spera sarà il via per un’ulteriore crescita del suo autore che potrebbe passo dopo passo ad arrivare ad incidere sul nostro cinema più di quanto pensiamo.







