Non è un nome particolarmente noto, quello di György Pálfi, ma i cinefili più attenti e con qualche anno sulle spalle ricorderanno il clamore provocato dal suo debutto nel 2002, Hukkle, ma sopratutto da Taxidermia nel 2006, piccolo grande cult che finisce regolarmente nelle classifiche dei film più strani e grotteschi di tutti i tempi.
E non è che Hen, presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2025, sia invece un progetto molto più convenzionale, anzi. Il film – dal titolo originale di Kota, in caratteri greci perché si tratta di una produzione ellenica – si inserisce in un filone molto prolifico degli ultimi anni, ovvero quello del cinema che vuole assumere uno sguardo non antropocentrico, un po’ come già avvenuta di recente con Good Boy.
In questo caso è una gallina a essere al centro della scena ma – punto di forza e limite strutturale dell’operazione – quella di Pálfi non è un’operazione così radicale, anzi si apre a tentazioni narrative da cinema commerciale, con una forte propensione per l’atmosfera della fiaba e con tanto di paralleli dirette e non con il mondo umano, soprattutto nella seconda parte.
La prima invece ha un’introduzione quasi documentaristica, che illustra il processo di fecondazione e crescita di un uovo, fino ad arrivare a questa gallina nera di cui, poco alla volta, impariamo a capire propensioni e “carattere” con un sapiente gioco di montaggio che ci illude di catturare emozioni e pensieri dietro lo sguardo vacuo dell’animale: merito del regista è invece avvicinare la sua camera da presa adottando un punto di vista quanto più animale durante la fuga della protagonista: fame, curiosità, spavento, dolore, soddisfazione, passione e quant’altro passi per le viscere della gallina, sono perfettamente comprensibili con uno sguardo.
Con un certo cinismo il regista non evita affatto di sottolineare tanti momenti, sia drammatici che comici, con un commento sonoro molto puntuale (e di gran qualità), per non lasciare ambiguità interpretative. Di base si potrebbe quindi considerare Hen una versione live action di Galline in fuga o di un cartone, se non fosse che Palfy riserva l’ambiguità alla seconda parte della sua opera, ovvero quando si instaura un vero rapporto duraturo tra la bestiola e gli esseri umani.
Senza fare spoiler, le azioni della gallina, assolutamente innocenti, istintive e inconsapevoli, provocheranno una sciagura mentre quelle dei personaggi umani – la classica vicenda est-europea di piccola criminalità e moderato disagio periferico, con tanto di tratta di migranti – si avvicineranno molto da vicino a quelle delle bestie, cui si è soliti attribuire qualità negative. Insomma, Hen utilizza il più classico dei procedimenti: umanizzare l’animale, giacché ne seguiamo la storia e vi attribuiamo emozioni e motivazioni, per animalizzare l’uomo, deprecandone la mancanza di empatia.
Un finale più che cinico, che arriva dopo una certa momentanea iniezione di speranza, ci farà risvegliare dal sonno in cui Palfy ci aveva fatto cadere, grazie alla sua abilità registica, alla bella fotografia luminosa, alle tante trovate di montaggio, ai momenti teneri e in generale all’immediata simpatia che si prova per gli animali. Su ogni membro del regno animale cala l’indifferenza del fato, prima o poi tutti sono destinati a soccombere, ma la vita continua in una ciclicità che non ha riguardi per nessuno: un uovo è il contenitore potenziale della prole, così come fonte di sostentamento e non sembrano esistere priorità a riguardo.







