La gabbia di Perfetti sconosciuti
Paolo Genovese torna al cinema e alla Festa del Cinema di Roma con un’idea interessante, una storia corale e un cast che aiuta il racconto ad andare avanti. Eppure, sembra ancora alla ricerca del suo nuovo Perfetti sconosciuti.
Ogni volta che Genovese porta una storia al cinema, il paragone con il suo più grande successo arriva puntuale. Con Il rumore delle cose nuove il problema è che, a forza di cercare quella formula, sembra quasi esserne diventato prigioniero. Il film è una pellicola intima, personale, che prova a farci affezionare ai suoi personaggi. Ad alcuni più che ad altri.
Le storie delle tre coppie si intrecciano poco alla volta, seguendo una struttura corale che conosciamo bene nel cinema del regista. Ma quello che dovrebbe essere un punto di forza finisce per diventare una gabbia dorata.
Il racconto procede a rilento e fatica a trovare il ritmo. Bisogna aspettare a lungo prima che arrivi un po’ di tensione, prima che le diverse vicende comincino davvero a dialogare tra loro. E quando finalmente la storia sembra ingranare, si ha la sensazione che tutto sia stato costruito in funzione del finale.
Il cast è corale e mette in campo tre coppie alle prese con problemi molto diversi. Lino Musella e Claudia Pandolfi, Stefano Accorsi e Vittoria Puccini, Emanuela Fanelli, Edoardo Pesce. Tre storie, tre conflitti, tre possibilità per raccontare le fragilità delle relazioni umane. Sulla carta, gli ingredienti ci sono. Ma non tutto funziona allo stesso modo.
Edoardo Pesce rimane incastrato in un personaggio che abbiamo già visto troppe volte al cinema: il marito violento, il classico bullo che picchia la moglie. Un ruolo che fatica a trovare qualcosa di nuovo e che, alla lunga, finisce per annoiare. Vittoria Puccini, invece, rimane spesso in disparte, con un personaggio che si esprime poco e sembra avere sempre meno da dire di quanto la storia richiederebbe.
La coppia formata da Stefano Accorsi e Claudia Pandolfi è forse quella che regge meglio, mentre Emanuela Fanelli alza l’asticella ogni volta che compare. Fa ridere, trova i tempi giusti e porta sullo schermo un’energia che manca ad altre parti del film. Il problema è che il suo personaggio sembra quasi appartenere a un’altra storia, troppo scollegato dal resto del racconto. Nota a margine per Claudio Santamaria, anche lui sottotono, in un ruolo che non riesce a lasciare il segno quanto ci si potrebbe aspettare.
A livello registico, Genovese conferma la propria solidità. Il problema non è tanto come racconta la storia, ma la storia che ha scelto di raccontare e il modo in cui decide di farla arrivare allo spettatore. Tra dissolvenze e musiche strappalacrime, Il rumore delle cose nuove cerca continuamente la commozione. Poi arriva il colpo di scena, quello che dovrebbe rimettere tutto in prospettiva e dare un senso all’intreccio. Ma il finale sembra quasi non credere fino in fondo alla propria trovata.
Ed è qui che il confronto con Perfetti sconosciuti diventa inevitabile. Non perché ogni film di Genovese debba essere all’altezza di quel successo, ma perché sembra che il regista continui a cercare lo stesso meccanismo: intrecciare le vite dei personaggi, far emergere le loro fragilità e costruire una rivelazione capace di cambiare il significato di ciò che abbiamo visto. Solo che questa volta il meccanismo si vede troppo. Le vicende sembrano girare attorno a questioni che, alla fine, risultano sterili e funzionali soprattutto alla sorpresa conclusiva.
Il rumore delle cose nuove ha un’idea interessante e un cast capace di regalare momenti riusciti, ma non riesce a trasformare i suoi ingredienti in un racconto davvero incisivo. Paolo Genovese sa dirigere gli attori e costruire storie corali. Ma qui sembra talmente concentrato sulla ricerca del prossimo Perfetti sconosciuti da dimenticare che non tutte le storie hanno bisogno di un colpo di scena per lasciare il segno. A volte basta raccontarle bene.







