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Put Your Soul on Your Hand and Walk: recensione

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In Put Your Soul on Your Hand and Walk, presentato alla Festa del Cinema di Roma, la regista Sepideh Farsi conduce quella che si potrebbe definire una bella vita, persino invidiabile: vive in Francia ed è spesso in viaggio da una parte all’altra del mondo.

Non è sempre stato facile per lei, che ha conosciuto bene la guerra in Iran durante rivoluzione religiosa prima di scappare; forse per questo incontrare Fatima Hassouna, fotografa ventiquattrenne palestinese, è “come vedersi allo specchio”. Fatma e Sepideh si incontrano solo in video chiamata dato che Fatma non può uscire dal suo Paese, come oggi sappiamo tutti, purtroppo molto bene.

Put Your Soul on Your Hand and Walk è la cronaca delle conversazioni tra le due donne tra il 2024 e 2025, nel pieno del genocidio a Gaza, la storia del loro rapporto sullo sfondo di uno dei conflitti che ha maggiormente segnato la coscienza collettiva del secondo dopoguerra.

Fatma, presente solo nei piccoli schermi di smartphone e computer, riempie lo schermo cinematografico con la sua presenza scenica, e riesce a tenere miracolosamente insieme la gioia di dialogare con Sepideh, lo sconforto causato dai bombardamenti che imperversano intorno a lei e ai suoi cari, la paura di morire, la rabbia nei confronti di quello che la circonda e la speranza in un futuro migliore, con Gaza libera ad aspettarla mentre lei gira il mondo.

Fatma è vitale, e nel corso del film la si conosce bene, è praticamente impossibile non affezionarsi a lei, ma col passare del tempo appare sempre più abbattuta dalla mancanza di cibo e dalla lunghezza del conflitto, che le sembra infinito.

Sepideh è il punto di vista della storia ma della sua vita non viene mostrato nulla al di fuori delle conversazioni con Fatma e delle frustranti perdite di connessione che le interrompono. È Fatma il centro dello sguardo della regista e del pubblico, il racconto della sua quotidianità, i suoi scambi con Sepideh, che le confessa “vorrei fare qualcosa per te”, e Fatma le risponde “sei qui con me e mi ascolti, questo basta”.

L’inizio del massacro dei palestinesi nel 2023 non ha solo segnato l’inizio di uno dei capitoli più oscuri dall’inizio di questo millennio, ma ha anche colpito tante e tanti di noi personalmente e profondamente. Perché ci ha messo di fronte non solo all’ipocrisia e all’inefficacia delle grandi strutture di giustizia e sicurezza internazionali, ma perché ci ha messo davanti al nostro spaventoso, frustrante, senso di impotenza individuale.

Smaniare per fare qualcosa sapendo di poter fare veramente poco di fronte a quello a cui si assiste. Lo stesso senso di spossante impotenza anima protagonisti e spettatori durante La voce di Hind Rajab, ed è probabilmente uno degli stati d’animo con cui abbiamo più familiarità in questo momento storico delicatissimo e confusionario.

Non riusciamo più a pensare di poter diventare un eroe che plana dal cielo per salvare la situazione, ciò che cade dal cielo adesso è solo morte e distruzione.

Ma una speranza c’è, come sempre, e forse bisogna capire che non saremo noi il centro delle prossime rivoluzioni, ma il nostro prossimo, che dal canto nostro dobbiamo imparare ad ascoltare, star vicino alle persone della nostra vita e a chi ha bisogno come possiamo, prendere il cuore in mano e camminare.

Autore

  • Francesca Zonta

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Data pubblicazione: 10/22/2025
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