Il Potere è (ancora) nostro?
Masters of the Universe è passato attraverso quello che a Hollywood chiamano “Development Hell” (inferno produttivo). In cantiere dal 2018, il film è saltato da un regista all’altro e persino da una piattaforma all’altra (doveva essere di Netflix) prima di trovare la sua identità definitiva. Il regista, Travis Knight, è il presidente dei Laika Studios (Coraline, Kubo) e regista di Bumblebee, noto per la sua abilità nell’inserire livelli di lettura profondi in opere apparentemente per famiglie.
Andate al cinema con fiducia, abbassate le difese e preparatevi a divertirvi. Il nuovo film dedicato ai Masters of the Universe fa esattamente quello che deve fare. Con un budget che forse non era faraonico e qualche personaggio sacrificato, l’opera targata Travis Knight compie una scelta coraggiosa: prende una direzione chiarissima, decide che tipo di storia vuole raccontare e tira dritto come un treno, anche al costo di scontentare qualcuno.
Il dilemma del giocattolo perfetto
Per noi millennial, questo film è una lettera d’amore in tutti i sensi. Ma porta con sé un’inevitabile spaccatura nel gradimento, dovuta al più grande pregio (e difetto) del brand originale: i Masters sono sempre stati archetipi puri, vettori di immaginazione. Con quei pupazzi di plastica, ogni bambino creava il proprio universo. Potevano essere storie epiche, avventure folli, drammi shakespeariani, scenari iper-violenti o persino queer. Il bene non vinceva sempre, e ogni cameretta aveva il suo “canone”. I Masters potevano essere tutto e il contrario di tutto.
Consapevole di questo, la pellicola sceglie di non puntare sull’epica alla Signore degli Anelli, abbracciando invece un approccio meta-testuale che ricorda da vicino The LEGO Movie e Barbie. E in fondo, l’operazione fa proprio parte di questo neonato “Mattel Cinematic Universe”.
Decostruzione dell’uomo Alpha (e di Eternia)
L’idea alla base del film è un’attualizzazione brillante. L’estetica e i valori degli anni ’80 (l’uomo muscoloso, infallibile e machista) vengono presi e amorevolmente destrutturati. Il racconto ruota attorno a un uomo “reale”: Adam è un figlio che ha deluso le aspettative paterne, alla ricerca di sé stesso, in un percorso che ricorda le dinamiche di Peter Quill/Star-Lord nei Guardiani della Galassia.
Parallelamente, lo Skeletor di un Jared Leto in gran forma (ma epurato da ogni evento della campagna marketing…) incarna l’ambizione e il male puro, nonché l’uomo violento nel rapporto di coppia con la sua Compagna Evil-Lyn. Il confronto fra le aspettativa un po’ inculcateci da bambini e la realtà complessa di quegli stessi bambini oggi adulti, è il vero, potentissimo nucleo emotivo del film.
Fra Guardiani, Ragnarok e… Meme!
La struttura alterna sapientemente tanta azione a molto umorismo. E qui arrivano le note dolenti, o quantomeno divisive. Il tono cammina su una linea sottilissima a metà strada tra I Guardiani della Galassia e la comicità buffonesca di Thor: Ragnarok.
Se da un lato il film è geniale nell’integrare i meme storici del web dedicati ai Masters (C’è chi, come ha ammesso lo stesso protagonista Nicholas Galitzine, i Masters li ha conosciuti a partire dalla rivisitazione di “What’s going on”), dall’altro a volte si prende fin troppo in giro, eccedendo in battute ripetute o di bassa lega. Le insistite allusioni a doppio senso su nomi come Fisto e Ram-Man, o il momento in cui l’intero cast scoppia a ridere sentendo per la prima volta il nome “He-Man”, sembrano quasi mancare di rispetto al franchise stesso. Una strizzatina d’occhio di troppo allo spettatore smaliziato che rischia di rompere la magia. Perché noi bambini dell’epoca quei personaggi e quelle storie li prendevamo molto sul serio… e guai a chi tocca i ricordi!
Un giocattolone col cuore al posto giusto
Nonostante qualche caduta di stile e il desiderio inappagato di una lore un po’ più profonda, il film è a sua volta un giocattolone ben progettato. Le scene di combattimento – rigorosamente senza una goccia di sangue – restituiscono la pura sensazione di far scontrare le action figures sul tappeto di casa. Il Castello di Grayskull, come lo metti lo metti rimane sempre iconico e i costumi meritano un plauso: pur mantenendo i design grotteschi degli anni ’80, sono resi credibili.
Il Verdetto di Popcorn & Podcast
Masters of the Universe non è l’epopea fantasy definitiva e forse non incasserà cifre da capogiro, ma è un “giocattolone” con un’identità precisa, un ritmo trascinante e un’impalcatura emotiva che guarda forse un po’ anche ai classici Pixar Studios. È un’esperienza catartica, un ponte generazionale perfetto per portare i più piccoli in sala e farli innamorare di un mondo in cui, alla fine della giornata, “il potere” è prima di tutto credere in sé stessi e portare avanti con orgoglio le proprie scelte.







