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Disclosure Day: recensione

disclosure day recensione poster

Questa recensione potrebbe concludersi direttamente qui, nella prima riga, dicendo semplicemente che Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, è un capolavoro. E sono sinceramente tentato di farlo.

Ma non sarebbe giusto nei confronti di chi sta leggendo e vuole capire perché, a quasi cinquant’anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo, Spielberg riesca ancora a stupire come pochi altri registi al mondo.

Disclosure Day è il trentacinquesimo film diretto da Steven Spielberg e arriva dopo The Fabelmans, l’opera più personale e autobiografica della sua carriera. Dopo aver guardato dentro sé stesso, il regista torna a guardare verso il cielo, tornando a confrontarsi con quel tema che più di ogni altro ha contribuito a renderlo immortale – gli alieni- ma questa volta lo fa con una maturità diversa.

Se con E.T. – L’extraterrestre ci emozionava attraverso i sentimenti e il legame tra due esseri appartenenti a mondi differenti, se con Incontri ravvicinati del terzo tipo ci poneva domande sull’ignoto e sul nostro posto nell’universo, e se con La guerra dei mondi ci ricordava che non siamo necessariamente la specie dominante del cosmo, con Disclosure Day Spielberg sembra voler compiere l’ultimo passo: immaginare quali potrebbero essere le risposte. Anche perchè gli alieni, come spesso accade nel cinema di Spielberg, sono soltanto il punto di partenza.

La storia segue un gruppo clandestino che riesce a entrare in possesso di documenti segreti riguardanti il contatto tra esseri umani e forme di vita extraterrestri. File che per decenni sarebbero stati nascosti dalla Casa Bianca e che potrebbero cambiare per sempre il destino dell’umanità.

La domanda che attraversa tutto il film è semplice e allo stesso tempo devastante: la verità deve sempre essere rivelata? E non si parla solo di domanda scientifica. Ma diventa una domanda politica, sociale, religiosa ed esistenziale.

Da qui nasce un thriller fantascientifico che alterna mistero, tensione e momenti di puro stupore, con una sceneggiatura che gioca continuamente con lo spettatore tra colpi di scena, rivelazioni e intuizioni geniali.

Eppure, nonostante il tema sia gigantesco, Spielberg non perde mai di vista l’elemento umano.
Perché dietro gli alieni, dietro i complotti governativi e dietro le grandi rivelazioni, il film parla soprattutto di noi, della paura del cambiamento, della difficoltà di accettare ciò che non comprendiamo, del coraggio necessario per affrontare una nuova realtà quando tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto viene improvvisamente messo in discussione.

Ma attenzione, in questo film Spielberg non sembra interessato al classico complotto governativo. Non vuole raccontare l’ennesima storia di cospirazioni e insabbiamenti. Quello che gli interessa davvero è osservare la reazione dell’essere umano davanti all’ignoto. Perché sapere che non siamo soli nell’universo cambierebbe tutto. Cambierebbe il nostro rapporto con la religione, con la politica, con la scienza. Cambierebbe persino il modo in cui percepiamo noi stessi. Ed è qui che Disclosure Day diventa qualcosa di più di un film di fantascienza.

Spielberg mette continuamente i suoi personaggi davanti a una scelta: vivere serenamente dentro una bugia oppure affrontare una verità capace di distruggere ogni certezza. Una domanda che in fondo vale per gli alieni, ma che può essere applicata a qualsiasi aspetto della nostra vita. Sono temi che attraversano l’intera filmografia di Spielberg e che qui ritornano con una forza sorprendente.

Dal punto di vista tecnico siamo di fronte a un regista che continua a reinventarsi. Dire che la regia sia straordinaria potrebbe sembrare scontato quando si parla di Spielberg, ma in Disclosure Day c’è qualcosa in più. I movimenti di macchina sono costanti, fluidi, quasi invisibili. La cinepresa non osserva semplicemente gli eventi, ma diventa parte integrante del racconto, accompagna i personaggi, li rincorre, li precede, costruisce tensione e meraviglia attraverso lo spazio. È una lezione continua di messa in scena. Anche gli effetti visivi impressionano perché non cercano mai di sovrastare la narrazione. Sono spettacolari quando devono esserlo, ma restano sempre al servizio della storia. E poi c’è il cast.

Emily Blunt offre probabilmente una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Il suo personaggio diventa il cuore emotivo del film e la celebre sequenza in cui comunica attraverso una lingua aliena costruita appositamente per la pellicola è semplicemente straordinaria. Ancora più impressionante sapere che quei suoni gutturali e quelle inflessioni sono stati realizzati direttamente dall’attrice senza ricorrere a particolari manipolazioni sonore.

Josh O’Connor conferma il suo straordinario momento artistico, regalando una performance intensa e fisica che culmina in una delle sequenze d’azione più memorabili del film. Colin Firth, nel ruolo dell’antagonista, porta in scena un villain elegante e ambiguo, mentre Colman Domingo interpreta il personaggio più enigmatico dell’intera storia, una figura che agisce nell’ombra e che sembra conoscere molto più di quanto voglia lasciare intendere.

Non manca nemmeno l’umorismo, un elemento spesso sottovalutato nel cinema di Spielberg. Alcune scene alleggeriscono la tensione senza mai spezzarla, contribuendo a rendere sorprendentemente scorrevoli le oltre due ore e mezza di durata. E il risultato è che non si riesce mai davvero a distogliere lo sguardo dallo schermo.

Se Incontri ravvicinati del terzo tipo era il film della curiosità e E.T. quello dell’empatia, Disclosure Day sembra essere il film dell’accettazione. Spielberg ci dice che il cambiamento non può essere fermato, che il futuro arriva comunque. che la paura dell’ignoto è naturale, ma non può impedirci di andare avanti. Per questo il film non parla soltanto di alieni, ma parla della nostra incapacità di accettare ciò che non comprendiamo e del coraggio necessario per guardare oltre i nostri limiti.

Ed è forse questo il motivo per cui Disclosure Day emoziona così tanto: perché dietro la fantascienza, dietro il mistero e dietro lo spettacolo, continua a raccontare qualcosa che Spielberg ha sempre saputo fare meglio di chiunque altro: raccontare l’essere umano. È un’opera che dialoga continuamente con il passato del regista, che omaggia i suoi film più iconici e allo stesso tempo guarda avanti. Un racconto emozionante, spettacolare e profondamente umano.

E quando arriva quel piano sequenza finale, costruito con una precisione quasi chirurgica, si ha la sensazione di assistere non soltanto alla conclusione di un film, ma a una vera e propria lezione di cinema. Una lezione che solo Steven Spielberg può ancora permettersi di impartire.

Autore

  • Simone Albano

    Tutto è iniziato quando da piccolo mi ritrovai solo in casa e decisi di inserire nel videoregistratore il VHS di Jurassic Park. Da lì poi il primo film al cinema Titanic…e dopo la voglia di scrivere storie.

    Non mi aspettavo di scrivere recensioni. Quello lo so, non sono in grado, le scrivo troppo di pancia, ed è per questo che ho deciso poi di creare una redazione tutta mia.

    La prima idea di Popcorn & Podcast era quella di scrivere solo recensioni di film pop, ma poi ho capito che la gente fa solo finta di essere Pop, e si lega ai film di autori, fa il radical chic, e per avere una linea editoriale mista mi sono avvalso di grandi collaboratori.

    Nella vita lavoro nel cinema, mastico cinema e parlo di cinema (sì ho una vita noiosa), ma non riuscirei a vedermi in nessun altro lavoro.

    Cerco di essere sempre sincero nelle mie opinioni sul cinema, e creo sempre nuovi contenuti che non vadano in Trend, perché a me stare sulla cresta dell’onda mette ansia. Quindi preferisco pochi numeri ma tanta qualità.

    E se non sei d’accordo con me, sti cazzi.

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Data pubblicazione: 06/11/2026
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