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Madame Clicquot: recensione

Madame Clicquot

 

In una Francia di inizio ‘800 ripiegata su se stessa dall’embargo napoleonico, una donna supera i confini commerciali, sociali e, insieme ad essi, i pregiudizi patriarcali e diventa precursora dell’imprenditoria femminile. È Barbe-Nicole Clicquot (interpretata da Haley Bennet) che, dopo la morte del suo visionario quanto instabile marito, prende le redini del vigneto di famiglia e lo trasforma in uno dei marchi più famosi nella storia dell’enocultura.

L’immortalità passa per numerose lotte, contro la sfortuna, contro le leggi e lo scetticismo del suocero, suo socio. E Madame Cilcquot le affronta con temerarietà e coraggio diventando incarnazione dei suoi stessi vitigni che, solo quando si sentono in pericolo e privi di fonti vitali, riescono a superare i propri limiti e diventare pregevoli. Thomas Napper si immerge nell’ardua sfida di affrontare una biografia – trasposizione cinematografica di Monger e Dignam dall’omonimo romanzo di Tilar J. Mazzeo – di solo un’ora e mezza, ma senza riuscire a superare le insidie che questo comporta.

La narrazione, infatti, risulta un susseguirsi di sequenze troppo veloci e indipendenti tra loro, in una melodia sempre monotona e priva di picchi e climax. Nemmeno l’inevitabile voce fuoricampo riesce a legarle, finendo per risultare poco discreta, come pure è troppo invadente l’uso della musica nel vano tentativo di conferire suspence. Interessante il continuo alternarsi tra presente – che vede la Clicquot affrontare le difficoltà del dirigere un’azienda – e passato – che vede la stessa alle prese con la malattia del marito; ma non basta per togliere al film quel sapore da pellicola televisiva più che cinematografica, dovuto anche ad una fotografia manierista, come anche l’interpretazione degli attori.

Se la Clicquot è riuscita dunque nell’impresa di essere ancora ricordata dopo oltre un secolo – come afferma lei stessa all’inizio – lo stesso non si può dire di questo film che ne racconta la storia.

Autore

  • Sirio

    Nato in vitro dall'unione del seme di Edoardo Leo (per la bellezza) e di Martin Scorsese (sempre per somiglianza fisica, non per la bravura), all'età di 11 anni si offre di documentare la Prima Comunione della cugina e scopre solo alla fine che il tasto rec della telecamera non andava tenuto premuto e rilasciato solo alla fine. Risultato? Tutte scene di pavimenti e piedi e l'epifania di essere portato per la regia.

    Lauree, Master, Scuole di Regia, numero indefinito di produzioni, poi spot più seri e poi altri ancora più seri, lavora con Gabriele Muccino (di cui è nominativamente il pezzotto) e con Francesco Bruni.

    Vince 2 Nastri d'Argento (ma lui voleva quelli d'oro e quindi ci rimane male), un premio teatrale e pubblica una raccolta di racconti, prima di collaborare con la redazione cinematografica più figa del Paese.

    Ma tuttora la fatica più grande è quella di convincere la nonna che "sono un Creativo" non è "sono un Cretino" e che è un lavoro.

    Un lavoro vero

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Data pubblicazione: 09/10/2024
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