“L’assenza è un assedio” cantava Piero Ciampi, e Luce, seconda regia per il duo Luzi – Bellino, è la perfetta messa in scena del dolore che una mancanza come quella della figura paterna (ma anche di altro) scava nell’intimità della sua protagonista, interpretata da una Marianna Fontana quasi perennemente in scena. Una presenza forte, trascinante, coriacea e persino ostica, la sua, in grado di portare sulle proprie spalle un film dalle molte qualità ma fin troppo innamorato delle sue scelte formali e di una narrazione ellittica e reticente fino all’omertà dolosa verso lo spettatore.
Luce è una giovane operaia in una fabbrica di pelletteria della provincia napoletana, nella quale è parte di una catena di montaggio marxianamente alienante. Gli unici rapporti importanti della sua vita sembrano essere la madre, una collega e la sua gatta. Invece come un fantasma aleggia sulla sua vita la figura del padre, che un giorno, tramite un artificio surreale se non proprio irreale, torna a chiamarla dopo un lunghissimo silenzio. Le conversazioni tra i due (la voce dell’uomo è quella di un intenso – troppo? – Tommaso Ragno) scateneranno qualcosa di potente in Luce.
Il film, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è tanto estremamente preciso nelle sue scelte di regia – lunghe sequenze molto mobili, spesso in pianosequenza, dalle inquadrature strette e dallo sfondo sfocato, a pedinare la protagonista – tanto è ambiguo e forse indeciso nella scrittura e sul significato da attribuire alla storia raccontata.
Il rapporto con la madre, il lavoro, uno spasimante e le colleghe rimane infatti uno sfondo inerte su cui si proietta blandamente l’infelicità della protagonista, indubbiamente un personaggio riuscito e appassionante; ma sono queste conversazioni a lasciare insoddisfatti, gravitanti come sono sugli stessi punti, ben poco rivelatorie di un dramma, o dell’anima di Luce, che in fondo ci rimane estranea sino a un finale più ingiustificato che enigmatico.







