L’ottavo giorno è un documentario di Sabrina Varani, presentato alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma. L’opera è molto delicata perché tratta il tema dei senza fissa dimora, nello specifico di coloro che ruotano attorno alla Città del Vaticano e nei dintorni.
La Varani penetra nel mondo dei senzatetto in punta di piedi, con un occhio di riguardo verso le realtà religiose che operano in questo mondo fatto di accampati, malati mentali e vittime di pregiudizio. La sua sensibilità permette allo spettatore di essere cullato da una realtà cruda, ma che non indaga in modo pornografico i vissuti personali di tali persone.
Ed è forse questo il punto di forza, ma anche il problema di questo documentario. Non cavalcare l’onda dei vissuti, delle esistenze è un po’ come gettare il sasso e nascondere la mano. In fondo, un’opera risulta potente quando si conosce per filo e per segno le caratteristiche personali ed esperienziali di un individuo. Anche a livello narrativo risulta più profonda l’analisi e più convincente la dimensione dell’opera.
Recentemente è stato realizzato un documentario dal titolo “San Damiano”, che narra le vicende di un senzatetto che vive alla stazione Termini di Roma. Accusato da molti di essere “troppo realistico e sensazionalista”, reputo invece l’opera un vero capolavoro di ricerca, sia a livello personale che narrativo. Molto meno “reportage” del documentario della Varani: la regista pecca appunto sia di narrazione che di background dei personaggi e questa cosa rende il film più adatto ad un reportage per La7 che per un Festival del Cinema.
Le riprese sono da telegiornale e anche il montaggio, seppur fluido, appare poco curato. Insomma, c’è del buono in questo documentario e cioè il fatto di voler sensibilizzare il pubblico verso una tematica tanto importante, ma il problema sta nella realizzazione che, ahimè, non lascia il segno.







