L’opera prima di Ludovica Rampoldi, sceneggiatrice di grande successo passata dietro la macchina da presa, sorprende alla Festa del Cinema di Roma. Porta con sé una ventata di aria fresca, anche se la regia si percepisce acerba: le inquadrature sono classiche, accademiche, niente di troppo elaborato, quasi che Rampoldi preferisca restare nella zona di comfort visivo piuttosto che osare.
La sceneggiatura, in particolare la sua struttura, è solida: funziona e dimostra una padronanza dello strumento narrativo che molti debuttanti non possiedono. Tuttavia, questa “scrittura perfetta” a tratti si sente come un “compitino ben fatto”: manca quel rischio che spiazza, quell’imperfezione utile a dare vita al cinema vero. Breve storia d’amore non azzarda mai: è sempre sul pezzo, ogni mossa è fatta con disciplina e misura.
Una nota critica riguarda l’interpretazione: la scelta di affidare una parte drammatica a Pilar Fogliati è coraggiosa, ma in alcuni momenti il pubblico in sala sembrava smarrito su quando ridere o se ridere, il film cammina sul confine tra commedia e dramma senza comunicare chiaramente il tono. La sensazione è che non sappia esattamente cosa essere, ma sappia con certezza cosa NON essere.
Alcuni personaggi restano troppo “perfetti” nella loro costruzione: mancano spigoli, errori veri, dettagli che li rendano meno archetipici e più vivi. E alcune linee narrative servono a ben poco nel contesto della storia.
In definitiva, Breve storia d’amore è un buon esordio: ha lati luminosi e sbavature tipiche da opera prima. Si esce dalla sala con una sensazione ambivalente: il film è elegante, consapevole, tecnicamente maturo — ma quasi sospeso, trattenuto. Questo lo rende un film che “si vede più che si sente”, e in quel distacco risiede la sua cifra più rischiosa.
Attendiamo il secondo film per vedere se Rampoldi prenderà più coraggio nell’estetica, nell’interpretazione, nel rischio.







