I cinecomic sono morti, viva i cinecomic. Mentre risuona per le sale il requiem del genere che ha contribuito a tenerle aperte, sulla scena del cinema americano (e anche nostrano, come Strippoli sembra dimostrare) sembra si stia affacciando il suo successore: l’horror. Clayface, in qualche modo, sembra voler mettere in scena questo passaggio del testimone che è, al momento, tutto da dimostrare. Perché forse proclamare la fine dei cinecomic prima del successo (aspettato, ma davvero fuori scala) del quarto capitolo di Spider-Man e in attesa del quinto Avengers — ecco, sì, forse è stato decisamente prematuro.
Se i film hanno bisogno di contesto per essere visti, Clayface di contesti ne ha davvero tanti. Anzitutto è il terzo film del nuovo universo DC, nato nell’estate del 2025 con il Superman di James Gunn, già regista di Guardiani della galassia. Per amor di verità, è il terzo film della gestione Gunn, ma il quinto prodotto dell’universo narrativo: una ricostruzione che rischia di diventare farraginosa e che qui non serve approfondire.
Quello che serve sapere è che i film precedenti — cioè il Superman, il Batman vs Superman e la Justice League di Snyder, più tutti i vari corollari — non sono più, come si suol dire, canonici. Due precisazioni sono però necessarie. La prima è che il personaggio di Clayface è indubbiamente una scelta peculiare: si tratta infatti di un cattivo (nemmeno tra i più noti) di Batman, che tra l’altro ha svariate incarnazioni e abilità a seconda degli autori che lo hanno trattato.
Il secondo punto è che l’universo gestito da Gunn non sta avendo il successo economico che ci si sarebbe potuti aspettare. A Clayface, dunque, spetta il compito di risollevare l’interesse per la saga. Che il film possa rientrare dall’investimento appare plausibile: il budget dovrebbe aggirarsi attorno ai 30 milioni di dollari, cifra contenuta per un cinecomic.
Davanti alla superhero fatigue, Clayface cerca una strada laterale, distaccandosi dalle forme più riconoscibili del cinecomic alla ricerca di contaminazioni con il genere horror, in particolare il body horror. La storia è quella dell’attore Matt Hagen che, quasi all’apice della carriera, fa uno sgarro a uno dei più spietati gangster di Gotham, che per vendetta gli sfregia il volto. Alla ricerca di una cura in grado di fargli recuperare le sue fattezze, l’uomo incappa nelle ricerche della scienziata Caitlin Bates, che gli propone una cura sperimentale basata su cellule di sua invenzione.
Ovviamente, le cose non vanno come previsto e la mutazione genetica che ne segue è il motore narrativo della prima parte della pellicola. È nel corpo e nel volto che si consuma la tragedia di Matt. Il suo dramma riporta alla mente quello della protagonista di The Substance: il bel volto di un tempo si confronta con una versione precedente, più giovane e più bella. Ma qui sta anche una grande intuizione della sceneggiatura: Matt è certo che la sua rovina sia dovuta alla fine della sua bellezza, ma il suo decadimento materiale e relazionale arriva da più parti, attraverso mezzi ben più subdoli. La sua trasformazione fisica, insomma, non è che la manifestazione più evidente di una crisi che investe anche i rapporti umani.
In questo, la relazione con la dottoressa è centrale e segna il punto di svolta narrativo e di genere del film: una volta che Matt ha preso piena coscienza dei torti subiti e accettato la sua nuova natura, la sua vendetta può consumarsi. Il film si avvicina allora a un revenge movie in salsa supereroistica, diventando un po’ troppo prevedibile e forse non pienamente capace di raccogliere le intuizioni iniziali.
A farne le spese sono soprattutto le dinamiche narrative, che si fanno più convenzionali, e i rapporti tra i personaggi. In particolare quello tra Matt e Caitlin, che sembra voler affrontare questioni relazionali più mature, ma non percorre fino in fondo questa strada. Forse non sarebbe neppure un problema così grande, ma nell’anno di Obsession, che affronta questioni analoghe con maggiore incisività, il confronto è inevitabile e purtroppo non così benevolo.
A livello di messa in scena, il regista James Watkins è bravissimo a sfruttare appieno le abilità del personaggio per creare sequenze intelligenti e suggestive, forse un po’ troppo prevedibili nella parte finale. La resa visiva della componente orrorifica è eccellente: è tutto incredibilmente vero, frutto di una sinergia tra effetti pratici e interventi digitali. In generale, tutto l’apparato visivo del film è notevole. Impossibile non notare la cura scenografica degli interni e dei vicoli di Gotham.
L’unico limite evidente in tal senso è proprio il sapore della città, che risulta troppo poco caratterizzata, anche per ragioni di budget. Gotham è sempre e solo accennata, nonostante sia protagonista. I suoi abitanti sono ridotti ai protagonisti del film; i suoi bassifondi sono bui e stretti, ma finiscono per assomigliarsi tutti. Se parliamo di effetti visivi, infatti, l’unica pecca è costituita dai set extension.
Clayface risulta nel suo complesso un film gradevole. Ma “gradevole” è forse una definizione troppo indulgente per un film che, soprattutto nella prima parte, mostra intenzioni ben più ambiziose. Come ogni esperimento, non può dirsi pienamente riuscito, forse perché manca di sfrontatezza: i momenti che funzionano meno sono proprio quelli in cui si allontana dall’horror per avvicinarsi al classico film di supereroi. È qui che il film sembra tradire la propria intuizione migliore: nel tentativo di rinnovare il cinecomic, finisce per rifugiarsi nelle sue convenzioni. E forse è lo specchio di un genere che, ancor prima di essere odiato dagli spettatori, comincia a odiare se stesso.







