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Ketticè: recensione

ketticè recensione

C’è una scena brevissima, insignificante, senza alcuna conseguenza, che racchiude in sé tutto ciò che Ketticè vuole essere.

È sabato sera, il protagonista Giulio prende la macchina soltanto perché il padre gli ha chiesto i suoi programmi notturni. Parcheggia, appartandosi in una zona isolata: è solo, si sbraca sul sedile guardando il telefono per sapere l’ora: sono le 23 e qualcosa. Lo vediamo scrollare, quindi uno stacco di montaggio che ci riporta al display del cellulare, che segna ora le 2 e mezza. Con tutta tranquillità Giulio riavvia il motore, torna a casa e va a dormire. Il nulla assoluto.

Pochi film sono riusciti a rappresentare il nichilismo totale, l’assenza di qualsiasi valore e prospettiva, lo stato di sospensione e l’abbandono a se stessi degli adolescenti come il secondo lungometraggio di Giovanni Tortorici, che in Diciannove si era fatto notare per un ritratto formalmente incendiario dell’adolescenza universitaria.

Un piglio autobiografico, quello della pellicola prodotta da Luca Guadagnino (che qui torna come garante dell’operazione), evidente anche in Ketticè, che fa un salto temporale all’indietro mettendo al centro della scena la generazione della piena adolescenza dei 14 – 16enni. L’ambiente però rimane lo stesso, ovvero quello di una Palermo benestante in cui ragazzini privilegiati (e no) riempiono le proprio giornate inconcludenti tra canne, uscite, piccole risse, svogliate partite a calcio.

Per fortuna Tortorici resiste alla facile tentazione della morale sempliciotta e getta uno sguardo La totalmente privo di giudizio, sempre ad altezza dei protagonisti, con l’unico scopo di rappresentarli come loro stessi farebbero — ovvero in modo superficiale, ottuso, vagamente ebete — con un’assoluta libertà narrativa che, deliberatamente, resta per l’appunto sulla superficie delle cose, schivando scavi psicologici, contestualizzazioni sociali e filtri ideologici (c’è giusto un riferimento all’età berlusconiana, ma sembra una notazione di “colore”, più che altro).

L’armamentario formale è ancora quello riconoscibile del regista — inquadrature storte, ralenti improvvisi, split screen, sgrammaticature e grossolanità del linguaggio cinematografico, uso spericolato della musica sacra spiazzata in contesti profanissimi, i cellulari che invadono costantemente il campo visivo — ma rispetto a Diciannove e alla sua sfrontatezza sembra tutto più contenuto, meno esplosivo. La continuità stilistica sussiste, ma è proprio il film ad avere un intento più descrittivo che narrativo e quindi più rinchiuso su stesso.

Il racconto di una stagione di vita di Giulio, inabile allo studio, alle esperienze sessuali e sentimentali, al calcio, persino alle amicizie maschili, si incunea quando conosce la più giovane Ketticè, temuta professionista di risse tra ragazze, grande consumatrice di canne, di estrazione sociale più bassa. I due si trovano subito, forse perché a nessuno interessa l’altro (o forse perché non interessa nulla in generale) e persino la lieve tentazione di un legame sentimentale evapora immediatamente – ma Giulio cincischia persino con una coetanea che costantemente gli si getta ai piedi e poco convince il lieve suggerimento di un sottotesto omoerotico, come già avveniva in Diciiannove.

Il ritratto che ne esce è di un nichilismo totale, senza appigli, privo persino della consolazione di una ribellione con un bersaglio preciso. Giulio e i suoi amici non hanno ideali, non hanno coscienza sociale né interessi che vadano oltre il soddisfacimento immediato di un desiderio momentaneo — una canna, una ragazza, una serata da riempire.

Eppure non sono infelici, ma nemmeno spensierati, piuttosto si possono definire sospesi in un vegetare perenne, oscillante tra un vitalismo disordinato e fulmineo e sprazzi di noia totale, punteggiato da uno sconforto esistenziale così sottile da non venire mai espresso a parole (e probabilmente neanche percepito come tale).

È un affresco desolante proprio perché privo di melodramma, che il regista riconduce anagraficamente (nel 2012, quando è ambientato, aveva per l’appunto 16 anni) alla propria autobiografia. E questo mimetismo si spinge anche ai dialoghi – naturalissimi fino alla ridondanza, vuoti, ripetitivi, tesi a raccontare il niente, senza battute scritte per colpire – e alla recitazione, indirizzata verso una naturalezza che consapevolmente scivola nel trash e nell’autenticità più grezza.

Discorso a parte va fatto per l’innesto degli attori adulti — su tutti una Monica Bellucci perfettamente calata in questo registro spiazzante, premiata proprio a Locarno per l’interpretazione che incanala il tono di una Bruni Tedeschi costantemente con l’umore sottoterra — le cui prove sfiorano quasi il melò televisivo, entrando in un contrappunto dialogico con i giovani e creando una buona amalgama di stili.

Il montaggio del film è invece tutto un altro discorso: corre, accelera, poi rallenta, poi quasi si ferma, quindi esplode in montaggi sincopati e sequenze costruite come videoclip. Probabilmente anche per la preponderanza delle “sigarette spiritose” nella trama – Ketticè è quasi una stoner comedy siciliana – si avverte un ritmo ciclotimico che rifiuta la progressione lineare per abbracciare una logica impressionistica, più di accumulo che di causa ed effetto.

Purtroppo ovviamente non tutto regge e il desiderio (ma parliamo pure di vero e proprio rischio) di fare un’opera così mimetica del nulla, potenzialmente sgradevole e vacua, sfocia in una sceneggiatura che strutturalmente è una collezione di momenti vuoti, alcuni più convincenti, altri meno, sempre comunque limitati alla dimensione dell’abbozzo.

E anche rispetto alla folgorazione per l’estrosità formale di Diciannove, quest’opera ha meno idee visive, sonore e di montaggio, per quanto siano effettivamente forse più nitide e centrate per l’obiettivo che si è prefissato. In parole povere è un film un po’ più difficile, più coerente e molto meno gradevole, conferma in minore di un talento come quello di Tortorici che ha già trovato un proprio linguaggio.

Autore

  • Alessio Cappuccio

    Alessio Cappuccio si è laureato in Letteratura Moderna presso l'Università degli Studi di Milano con una tesi sulla trilogia dei colori di Krzysztof Kieslowski.

    Nel frattempo ha iniziato a scrivere sul portale di informazione web Blogosfere nella sezione spettacoli, per cui è stato anche inviato durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma.

    Nel corso della sua carriera ha lavorato e collaborato con una serie di realtà editoriali come Leonardo.it, Triboo, Studentville, ScuolaZoo, Milano e Roma Weekend, Londra da vivere spaziando dalla politica al tempo libero, la scuola, le nuove tecnologie, con un occhio di riguardo al cinema, sua vera passione.

    Dopo un Master in Critica Giornalistica presso l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, e una parentesi da videomaker, si è trasferito in pianta stabile a Roma, dove co-dirige Popcorn&Podcast, il più grande e autorevole podcast di cinema dell'universo.

    In genere non parla di sé in terza persona.

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Data pubblicazione: 09/07/2026
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