The Witch Hat Atelier (Stagione 1): L’eleganza della magia tra incanto e oscurità
C’è qualcosa di profondamente nostalgico, ma al tempo stesso freschissimo, nella prima stagione di The Witch Hat Atelier. In un panorama animato spesso sovraffollato da mondi magici e isekai fatti con lo stampino, questa serie emerge come una gemma di rara raffinatezza. La trama e i personaggi godono di un’eleganza compositiva che incolla allo schermo, capace di incantare gli occhi e catturare la mente fin dai primissimi minuti.
L’opera originale è un manga capolavoro scritto e disegnato da Kamome Shirahama. Prima di dedicarsi a questa serie, l’autrice si è fatta un nome a livello internazionale come illustratrice di copertine per colossi americani come DC Comics, Marvel e per il franchise di Star Wars. Questo background spiega la sua maniacale attenzione per il dettaglio, l’uso di composizioni ricercate e la straordinaria estetica visiva che lo studio di animazione ha saputo catturare in modo così fedele.
Una nuova “Maghetta”?
La premessa narrativa introduce Coco, una ragazzina di umili origini, molto vicina ai classici tropi dell'”orfanella” e “maghetta” tipici degli anime vecchio stampo, che sogna disperatamente di usare le arti magiche in un mondo in cui la magia è considerata un dono di nascita esclusivo. Quando scopre per caso il gelosamente nascosto segreto dietro agli incantesimi, causa un catastrofico incidente. Per salvarla e rimediare al danno, l’enigmatico Qifrey la prende come sua apprendista.
L’approccio allo studio è affascinante: niente enormi saloni in stile Hogwarts, ma uno studio privato, un vero e proprio “Atelier” dove le allieve imparano l’arte magica a colpi di china. Coco fa subito la conoscenza delle sue pari, tra cui spicca una classica figura di rivale, decisamente ostile all’inizio e pronta a metterle i bastoni fra le ruote, una dinamica che strizza anche qui l’occhio a qualcosa di già sentito ma che è gestita in maniera comunque originale e non piatta.
Un Trionfo Estetico tra Miyazaki ed Escher
Dal punto di vista visivo, The Witch Hat Atelier è una delizia. Le animazioni sono fluide e l’art style pesca a piene mani dal movimento Art Déco e dall’Art Nouveau (lo Stile Liberty), e citando in certi episodi anche i labirinti e le illusioni ottiche di Escher.
È impossibile, inoltre, non notare l’amorevole e forte ispirazione alle opere di Hayao Miyazaki. Dalle atmosfere sognanti, all’animazione dei paesaggi, fino ad arrivare alle creature magiche: affascinanti, organiche, ma spesso attraversate da una sottile vena inquietante. Il concept di base sfoggia insomma tutto il suo potenziale artistico, grazie all’impegno della casa di produzione che di questa serie punta a fare il suo fiore all’occhiello senza neanche provare a nascondere quest’intenzione.
L’Oscurità Sotto il Cappello
Non fatevi ingannare dai colori tenui: il mondo di Witch Hat Atelier nasconde un lato oscuro, freddo e a tratti spaventoso. I comprimari hanno tutti un loro peso specifico e non scompaiono mai sullo sfondo, ma è Qifrey a rapire l’attenzione. È un mentore rassicurante ma al tempo stesso l’enigma più intrigante della serie, con le sue manovre segrete e i suoi scopi nascosti.
L’intera ambientazione svela un tessuto sociale rigido e pieno di insidie. La serie ci regala scene cittadine crepuscolari e misteri cupi: i minacciosi maghi oscuri noti come i Cappelli a Falda Larga; l’inquietante e inflessibile fazione della censura (i Cavalieri) che utilizza strisce di nastro magico per cancellare illegalmente i ricordi; o il poetico e triste caso del vecchio costruttore di bacchette magiche e del suo apprendista affetto da acromatopsia (che non vede i colori).
Il Verdetto di Popcorn & Podcast
Se visivamente la serie rasenta la perfezione, bisogna segnalare un doppiaggio italiano (e relativa direzione) piuttosto altalenante: ci sono alcune voci che calzano a pennello e risultano estremamente gradevoli, mentre altre sembrano leggermente fuori tono rispetto all’eleganza della controparte visiva. Le intonazioni spesso suonano addirittura imprecise.
L’unico, vero “difetto” di questa visione è in realtà un pregio travestito da crudeltà: il finale di questa prima stagione tronca brutalmente l’attuale arco narrativo. È un cliffhanger che non fa sconti, lasciando lo spettatore esattamente dove non vorrebbe essere e alimentando il desiderio divorante di sapere come proseguirà la storia.







