Il problema del cinema sperimentale, se si può chiamare problema, è che un esperimento implica la possibilità del fallimento, anche gradita, perché la raccolta di dati è utilissima al ricercatore-regista, il quale potrà muoversi meglio al prossimo tentativo. Un po’ meno rosea è invece la prospettiva dello spettatore, sottoposto all’esperimento fallito e impossibilitato ad avere una seconda chance.
Under a Blue Sun, presentato alla Festa del Cinema di Roma, in effetti rappresenta un esperimento fallito, anche se non è che non vi siano punti di interesse in questo oggetto cinematografico che si potrebbe definire documentaristico. A partire dallo spunto iniziale delle riprese di Rambo 3 nel deserto israeliano del Negev, spacciato nel film per un Afghanistan alle prese con l’invasore russo: Daniel Mann qui offre un commento puntuale sull’ipocrisia dell’action raeganiano espressione dell’eccezionalismo americano.
Ma il suo film perde velocemente la bussola, trasformandosi prima in una cronaca giornalistica degli scontri tra governo israeliano e tribù beduine autoctone, su cui aleggiano altri conflitti più attuali, e poi una meditazione astratta sul sentimento della precarietà, il senso dell’orgoglio per la propria terra, la violenza di un regime che, seppur avanzato, rimane alieno. Troppo, davvero troppo per i suoi 80 minuti di durata, che in realtà sembrano il doppio a causa di un montaggio e di un materiale a schermo non sempre interessantissimo.
La sensazione è che il discorso e le connessioni tra le parte siano nel migliore dei casi confusi e poco focalizzati, se non proprio pretestuosi. Il che lascia l’amaro in bocca, dato che alcune intuizione estetiche sono anche affascinanti e centrate, mentre nelle parti più controllate si avverte una certa pulizia formale. Ma Under A Blue Sun rimane un prodotto filmico fin troppo enigmatico, difficile da salvare se non gli si vuole applicare a forza il filtro ideologico della militanza.







