Sharp Corner è il classico film che inizia a diventare interessante e ad appassionare quando si approssima – faticosamente, molto faticosamente – alla conclusione, arrivando al punto cui puntava da parecchio. Una normale famigliola borghese si trasferisce in una casetta isolata, edificata proprio in prossimità di una curva piuttosto insidiosa e mal segnalato.
Non a caso la prima notte dopo il trasferimento viene interrotta – peraltro durante un rapporto sessuale – da un primo incidente, preannunciato da uno pneumatico impazzito schizzato all’interno dell’abitazione; ne seguiranno molti altri, dalla gravità sempre maggiore e ci scapperanno dei morti. Josh (un Ben Foster molto dedito), presentatoci come una personalità passiva, poco incline alla competizione, in sotterraneo conflitto con una moglie (Cobie Smulders, incolore in ruolo piuttosto ingrato), sviluppa un’ossessione per gli incidenti, vittime e le tecniche di salvataggio.
Poco alla volta il matrimonio di Josh, il suo lavoro e la sua intera vita finiranno in pezzi, corrose dalla morbosa fissazione. Buxton è abile nell’introdurci lentamente in questo viaggio nella follia di un uomo qualunque, sia tramite una colonna sonora sottilmente inquietante che con inquadrature stranianti; meno lo è, purtroppo, nel portare a compimento una serie di spunti notevoli, dato che dietro la mania di Josh c’è la crisi del maschio contemporaneo, che cerca di sopperire alle proprie mancanze e al senso di inferiorità e inadeguatezza tramite un vero e proprio complesso del salvatore.
Rimangono purtroppo solo degli spunti, accenni all’interno di una narrazione che scarta sempre il momento di venire al sodo privilegiando la mera trama, anche piuttosto banale, senza però costruire un apparato simbolico che possa sostanziare queste suggestioni.







