Si può parlare male dei morti? “On Becoming a Guinea Fowl” vuole essere un manifesto contro l’idea che le persone, una volta decedute, debbano essere santificate. Il film, scritto e diretto da Rungano Nyoni, parte da una premessa assurda: mentre la giovane Shula torna a casa da una festa in maschera, trova il cadavere dello zio abbandonato in mezzo alla strada.
Da qui, il film seguirà il lungo rito funebre della numerosa famiglia zambiana.Oltre a mostrare, quindi, l’intero processo di celebrazione del defunto, il film ne critica aspramente alcune usanze, ruoli e la mentalità che sorregge le sue fondamenta. La regista riesce a innestare nello spettatore una sensazione di profonda rabbia e di alienazione, la stessa provata d’altronde dalla protagonista.
Shula, infatti, è portatrice di uno scontro generazionale che, assieme alle cugine, propone una visione del mondo e della famiglia profondamente diverse dalle sue zie. Il rito funebre porta a galla con evidenza quanto questa struttura familiare sia costruita su una visione patriarcale, in cui le apparenze hanno un ruolo fondamentale. Nota dolente, però, è il tono, che risulta altalenante e poco amalgamato.
Se il primo quarto d’ora ha una vena da black comedy, questa si viene a perdere progressivamente, grazie alle gravi rivelazioni sullo zio morto. Questo permette anche una rilettura molto diversa delle azioni della protagonista nella parte iniziale del film, normalizzando ciò che a primo impatto era sembrato assurdo.
Se da una parte alcune scene risultano un po’ didascaliche, dall’altra Nyoni riesce a costruire una buona impalcatura di sottotesto che arricchisce la sua opera. È questa ad espandere ulteriormente la sua critica, creando una lunga e chiara metafora che abbraccia il film dall’inizio alla fine.







