Una delle coincidenze più curiose – ma effettivamente non troppo strane, a pensarci bene – dei nostre tempi è il progressivo avvicinamento delle buone consuetudini che regolano i rapporti sentimental-sessuali all’accordo tacito o implicito delle relazioni BDSM. Come avrà notato chiunque abbia un minimo di contezza delle cose sociali, “consenso” e “consensualità” sono diventate le parole d’ordine dei discorsi affettivi, ma si potrebbe anche parlare dell’enfasi impressa all’importante della buona comunicazione – e in generale di una certa chiarezza di intenti e regole d’ingaggio (se avete mai aperto un’app di dating sapete benissimo di cosa si sta parlando).
Ecco, forse i più cinefili ricorderanno quel gioiellino che fu The Duke of Burgundy, firmato da un autore assai discontinuo e ben poco sconosciuto come Peter Strickland. Una pellicola in cui un rapporto di dominazione tra due donne diventava un’affascinante esplorazione tra i non-detti e gli esplicitati nei legami amorosi.
Dunque, Pillion si muove un po’ sullo stesso territorio, scambiando lo sguardo autoriale e post-moderno di Strickland con un più versatile approccio da commedia drammatica dell’esordiente Henry Lighton, che si dimostra – lo anticipiamo sin sa subito – sorprendentemente in grado di dosare alla perfezione commozione, tenerezza, ironia e realismo.
Il suo Pillion è un film che parla di sentimenti ma sopratutto di rapporti particolari, senza tentare di addomesticarli o semplificarli, presentandoli senza bisogno alcuno di giustificazioni o spiegazioni. È una delicatezza quindi che nasce dal rispetto e non dalla cautela di chi si muova con passo felpato in una cristalleria: come abbiamo già detto, le dinamiche S/M slave-master e i rapporti di dominio consensuale, all’interno della comunità LGBT – e non solo – se osservati senza filtri e pudori riflettono senza troppi sforzi quelli cui la maggior parte degli spettatori è abituata.
Pillion: la trama del film
Il protagonista Colin è un ragazzo introverso con l’hobby del canto in un quartetto a cappella che, spinto da una famiglia molto partecipe, inizia in modo inatteso – il giorno di Natale in un vicolo! – una relazione all’inizio puramente sessuale con Ray, un misterioso motociclista, silenzioso, dominante e incredibilmente assertivo. Comincia così una frequentazione che prevede che Colin svolga tutti i compiti più gravosi tipo cucinare, pulire, fare compere e in generale obbedire a ogni comando di Ray, fino a dormire ai piedi del suo letto.
Nonostante le prime titubanze, dovute più a una certa inesperienza che a un’eventuale contrarietà, Colin si acclimata velocemente e con soddisfazione a questa relazione, fatta di uscite seminude con la banda di motociclisti di Ray, lotte casalinghe e imbarazzanti cene con i genitori di Colin. Proprio loro rappresentano – sempre all’insegna del supporto e della comprensione – lo sguardo esterno sulla vicenda, che per quanto ovviamente sentimentale non può non generare anche copiose risate.
Pillion: recensione del film con Alexander Skarsgard
L’ironia che pervade il film, infatti, deriva sopratutto dal contrasto tra i due differenti caratteri e fisici, estremizzati sapientemente per scopi artistici; un contrasto che però è anche complementarietà, perfetta fino a che – immancabilmente – qualcosa viene a rompere l’equilibrio. In questo la regia adotta sempre uno sguardo partecipe ma mai invadente, sensuale ma privo di morbosità, capace di alternare momenti di autentica emozione a passaggi per l’appunto assai divertenti.
La forza maggiore della pellicola di esordio di Lighton è infatti una visione dei rapporti sentimentali abbastanza inedita per il grande schermo, sopratutto in un cinema di consumo (Pillion si situa diremmo a metà tra l’autorialità piena e una certa compiacenza verso il pubblico); in particolar modo a colpire è la fiducia totale nello spettatore, che non viene imboccato con considerazioni e morali ma è lasciato libero da trarre le proprie conclusioni su quanto sta guardando.
Non si farebbe poi un buon servizio al film se non si rendesse merito alle interpretazioni dei due attori principali, cui riesce di rendere credibili due caratteri “anomali”: Alexander Skarsgård conferma ancora una volta di non essere solo un bellimbusto, riuscendo a far emergere nel suo muro di autorità e distacco degli spiragli di vulnerabilità e fragilità; tuttavia è Harry Melling a lasciare il segno con un prova dal ventaglio emotivo impressionante, dove ogni gesto, esitazione o silenzio disegna un personaggio ostinato, in cerca di una possibile quadratura del cerchio, spiazzato e spiazzante nella forza della sua dolcezza.
Peccato quindi per un finale che è indubbiamente giusto – con ciò intendendo che non tradisce le premesse per accomodare una facile risoluzione – ma che con ogni probabilità lascerà l’amaro in bocca a molti spettatori, a causa di un’ambiguità forse fin troppo deliberata e quindi frustrante. La sensazione infatti è che, nonostante tutto, andasse preparato un po’ meglio, magari riducendo il minutaggio concesso a momenti accessori. Anche perché la questione dibattuta, al di là dell’ambito S/M, è quella della ricerca del compromesso o della felice concordia tra due differenti esigenze e, in definitiva, visioni del mondo.
Impossibile dire altro per non entrare nello spoiler, ma Pillion è una di quelle rare opere di cui si vuole immediatamente dibattere non appena scorrono i titoli di coda.







