Sembra essere un buon anno per i film che analizzano il sostrato sociale degli Stati Uniti – e di converso il nostro, giacché l’Italia continua a essere colonia culturale del grande impero – e delle modalità con cui si stanno trasformando le relazioni umani e il vivere civile: dopo Eddington e After the Hunt, che tratteggiano ritratti disperanti, arriva alla Festa del Cinema di Roma un altro saggio non certo ottimista, ovvero Our Hero, Balthazar, opera prima firmata da Oscar Boyson, già produttore nel mondo del cinema.
Our Hero, Balthazar: la trama
Balthazar, o per meglio dire Balthy, come suole farsi chiamare, è il giovane rampollo di una borghesia ricchissima di New York che non avrebbe nulla di cui preoccuparsi. Eppure sembra essere totalmente avulso dalla realtà, insicuro e insieme indifferente oltre che incapace di relazionarsi con il prossimo, se non attraverso una forma di attivismo social del tutto posticcia (come finte sono le lacrime che fa scorrere a comando in video).
Coinvolto nelle surreali esercitazioni per una potenziale sparatoria scolastica, cerca di impressionare una ragazza cercando di fermare un troll virtuale che ha commentato un suo video minacciando una strage in classe.
La sua soluzione, che intende mettere in atto partendo per il Texas, è diventare amico dell’attentatore, che ha irretito spacciandosi per una donna fortemente interessata a una relazione, dato che individua nella solitudine del disadattato Solomon la radice del suo odio.
Il loro incontro sarà quello di due realtà molto diverse, entrambe paradossalmente ai margini della società, per quanto agli estremi della scala sociale. I due scopriranno strane affinità e forse la possibilità di una vera amicizia… Forse.
Our Hero, Balthazar: un altro tuffo nella follia degli Stati Uniti
Come già Eddington, anche Our Hero, Balthazar è un compendio di molte questioni caldissime della polveriera statunitense: cultura delle armi, crisi della mascolinità, complottismo incel, perdita di autorità e assenza della figura paterna, virtualizzazione del reale e incarnazione del virtuale, proliferazione dei social… e chi più ne ha più ne metta. E anche questo film sceglie la strada del grottesco che sfocia nel dramma, partendo dal centro dell’impero per finire nella periferia più disastrata del Paese.
A differenza di Aster, però, Boyson usa altre armi formali: se nella prima parte esibisce una regia molto elegante, tutta lunghe e carezzevoli panoramiche con zoom a stringere e un commento sonoro elettronico straniante, nella seconda, quella texana, il montaggio si fa molto più frantumato, la macchina a mano prevale, e in generale si va verso un’estetica crime modernissima, tra il videoclip e la tradizione del cinema indipendente USA.
Come Aster invece Boyson si rifiuta di giudicare i suoi personaggi, interpretati da Jaeden Martell e Asa Butterfield (entrambi protagonisti di prove allucinate), lasciandoli vivere nel corso di lunghe scene in cui la peculiare sensazione nota come cringe – in tedesco fremdschämen, per noi “imbarazzo per procura” – si alterna e a volte si mischia alla tensione di scene prolungate in cui tutto potrebbe finire in tragedia.
Il fulcro del film è l’incontro/scontro tra due mondi distanti ma in fondo così vicini, per quanto Balthy abbia ricevuto carte migliori dalla sorte, essendo nato in una elite economica e culturale. Ad accomunare i due personaggi è la loro estrema distanza dall’ideale di essere umano socialmente funzionante: imbevuti di ideologia, sembrano filtrare ogni avvenimento secondo logiche, idee e valori che hanno domicilio solo sullo schermo di uno smartphone.
Our Hero, Balthazar non è soltanto dramma ma anche una satira molto divertente, in cui si ride spesso e volentieri per comportamenti esagerati ed esasperati – e si arriva persino a sperare in un lieto fine.
Non tutto funziona alla perfezione però, e certi scarti tonali appaiono fin troppo bruschi, il controllo formale a volte sembra sfuggire al regista, e infine certe situazioni – su tutte il rapporto di Salomon con il padre, interpretato da Chris Bauer – sembrano tirare eccessivamente la corda della credibilità. A volte infatti si ha la sensazione che la scrittura tenda a un certo meccanicismo, con sprazzi di didascalia, e forse è anche per questo che l’emozione del dramma non arriva potente come dovrebbe.
Nondimeno il film mostra una buona audacia sia nell’adozione di una forma libera e lontana dal classico piagnisteo benintenzionato, sia nell’assenza di timori e tremori di fronte ai temi molto scottanti che ha scelto di trattare con una buona dose di cinismo e sfrontatezza. In definitiva un buon biglietto da visita per Boyson, dal quale ci aspettiamo una seconda regia ancora migliore.







