Non è più il caso di stupirsi dinanzi alla prolificità di un autore come Luca Guadagnino, che ci ha ormai abituato a un ritmo lavorativo forsennato, reso ancora più incredibile dalla qualità media delle sue opere.
E forse per After the Hunt – Dopo la caccia usare il termine “medietà” non è del tutto fuori luogo, ricordando sempre che una produzione firmata dall’autore italiana mantiene un grado di cura e di attenzione al dettaglio ampiamente al di sopra dell’usuale.
Da finissimo e astuto produttore qual è, dotato di un buon fiuto per le storie che riflettono lo spirito del tempo, Guadagnino si è imbarcato nell’avventura artistica del racconto di una delle questioni più spinose degli ultimi anni: l’insorgenza di una nuova cultura, detta “woke” o semplicemente del politicamente corretto, con tutte le istanze che si porta dietro, opposta a un modo di vedere la realtà e approcciarsi alla vita decisamente più tradizionale.
Non a caso il film sceneggiato da Nora Garret, onesta mestierante poco nota fino a ora, si ambienta nella prestigiosa università di Yale, luogo del sapere per eccellenza e terreno di scontro tra differenti filosofie. Di nuovo, non è un caso che il terzetto di protagonisti composto da Andrew Garfield, Ayo Edebiri e Julia Roberts (di cui assumiamo il punto di vista mediano) siano due professori della succitata materia, in attesa di cattedra, e una promettente alunna.
Motivo del contendere – e qui si scopre l’altissimo potenziale virale e di dibattito del film – è l’accusa di molestia che la ragazza muove nei confronti del professore. Alma, interpretata da una Roberts mai così brava e in grado di restituire diverse sfumature di un personaggio complesso e non sempre piacevole, si trova così a raccogliere la confessione della sua pupilla, che le chiede supporto nella denuncia pubblica, e al tempo stesso a dover scegliere se fare qualcosa in difesa del collega – amico (o più di questo?), considerando quanto si stia giocando la carriera in un momento in cui la parola d’ordine è “difendere le donne, credere alle vittime”.
Il film è impostato come un dramma, giacché dà grande importanza alle relazioni tra i personaggi (cui si aggiunge il favoloso marito di Alma interpretato da Michael Stuhlbarg, dolce, istrionico, passivo-aggresivo, un turbine), su cui aleggia un’aria da thriller, corroborata soprattutto dalla solita colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, una sinfonia che irrompe a volte nei momenti meno opportuni e quindi più disturbanti, e da un montaggio che carica di tensione le scene.
Guadagnino dal canto suo si adagia su un’eleganza formale ormai acclarata, concentrandosi sul posizionamento degli attori nello spazio – curatissimo e molto verosimile – nonché sulla recitazione dei quattro personaggi, il punto di forza del film. Non ci sono grandissime invenzioni in After the Hunt, se si esclude l’attenzione ossessiva alle mani dei personaggi, che ne rivelano umori ed emozioni, e alcune inquadrature frontali, con una profondità di campo limitata, che restituiscono la violenza e il senso di urgenza del confronto dialogico.
L’impressione finale è però di un film che, se si escludono i personaggi come microcosmi a sé, non sferra mai la zampata finale, quella decisiva, né affonda davvero le fauci in una materia viva come quella dello scontro generazionale, mantenendosi a un passo dall’entrare nella profondità degli argomenti.
Con ciò vogliamo dire che nonostante tutta la complessità della trama, che distribuisce torti e ragioni, le caratterizzazioni dei personaggi tradiscono fin troppo la simpatia dell’autore verso un determinato punto di vista / schieramento ai danni dell’altro: molto banalmente i giovani e le loro richieste di correttezza e rispetto ai limiti del patologico sono irrise scopertamente nel film, mentre verso gli anziani e il loro cinismo e pragmatismo rassegnato c’è una comprensione fin troppo spiccata.
Questo non è un male in assoluto, dato che semplicemente esplicita dove si posiziona Guadagnino, ma inevitabilmente riduce la capacità di rappresentazione di un conflitto (la cultura della vittimizzazione vs quella della sopportazione, l’idealismo contro il compromesso, la cancellazione contro la riparazione) restituendocene solo una parte limitata.
Ripetiamo: bisogna solo ringraziare la felicità produttiva di Guadagnino, ma in questo caso il risultato è solo una pellicola al di sopra della media.










