Ha ancora senso nel 2024 raccontare storie d’amore strappalacrime, dopo decenni di romanticismo come “I passi dell’amore”, “I ponti di Madison County” e tanti altri film che ci hanno fatto consumare pacchi di fazzoletti? E’ ciò che cerca di fare We Live in Time, far piangere lo spettatore raccontandogli la storia più banale del mondo. Lei malata di cancro, ama lui, si sposeranno e resteranno insieme fino alla fine… ”Love story” 1970, ma potremmo citare tanti altri film con trama simile.
Il punto è: riusciamo ancora ad empatizzare con queste storie? Sicuramente non si empatizza con la protagonista della storia, Almut (Florence Pugh) che è una delle migliori chef d’ Inghilterra, ex campionessa di pattinaggio sul ghiaccio, sexy, simpatica…insomma una persona che non esiste nella realtà. Lui invece è Tobias (Andrew Garfield), un ragazzo semplice, che vive per creare una famiglia a cui poter donare tanto amore.
Tobias è la persona più normale che possa esistere, anche se a tratti, per fini narrativi, è fin troppo intelligente (riesce a far partorire la moglie in uno sgabuzzino di un autogrill, facendosi guidare con la voce al telefono dell’ostetrica). Di scene assurde come questa ne è pieno il film, che nonostante gli ottimi dialoghi, e una regia pulita che sembra muovere una macchina perfetta, non porta niente di nuovo nel panorama cinematografico.
A spiccare sono sicuramente i protagonisti, una coppia affiatata che funziona, e piace, dall’alchimia che si percepisce. We Live in Time è l’ennesima operazione “dramma” di Hollywood, per farci sentire inutili, per farci spendere soldi in psicoanalisi, facendoci credere che la nostra vita è privilegiata. Un film che se fosse stato girato negli anni 2000 molto probabilmente sarebbe diventato un cult.







