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Springsteen – Liberami dal nulla: recensione

springsteen liberami dal nulla recensione poster

Le famiglie disfunzionali sono nuclei intrisi di profonda sofferenza, dolore metaforico e reale e tanta frustrazione condivisa. Quando cresci in una famiglia disfunzionale, ci sono diversi scenari che possono aprirsi davanti ai tuoi occhi. A volte le famiglie si separano e chi resta prova a rattoppare le ferite nella speranza che il tempo aiuti a risanare tutto. A volte – e forse anche più spesso – le famiglie rimangono insieme, nella vana (e a volte illusoria) speranza che quel tempo non risani nulla, ma anzi trasformi il dolore in abitudine.

La famiglia in cui il piccolo Bruce Springsteen cresce è la tipica famiglia americana, almeno all’apparenza. All’interno delle mura domestiche, però, si nasconde un dolore sordo e insostenibile, in cui una donna, moglie e madre è costretta a subire la violenza di un marito alcolizzato e con un evidente disturbo mentale, mentre il figlio piccolo si ritrova ad assorbire quella rabbia e quel dolore con un’impotenza disarmante. Quella rabbia e quel dolore, però, saranno il motore creativo di Bruce Springsteen e contribuiranno a plasmare infine il suo talento.

Chi conosce Bruce Springsteen sa che dietro la sua musica non c’è solo il racconto politico e sociale di un’America piena di contraddizioni e intrecciata a una guerra che il suo stesso popolo non ha mai digerito fino in fondo. Bruce Springsteen è sempre stato un uomo prima che un artista, una persona prima che un musicista, sempre pronto a mettersi in discussione e con un’incredibile umiltà e umanità. Non è un caso, quindi, che a interpretarlo sia un attore come Jeremy Allen White, che ha costruito buona parte della sua carriera alla ricerca di personaggi profondi, complicati e in qualche modo “rotti” – ma non per questo destinati al fallimento.

Il nuovo film di Scott Cooper, Springsteen: Deliver Me from Nowhere (Springsteen: Liberami dal nulla, nelle sale italiane dal 23 Ottobre 2025) è stato presentato a Roma in anteprima il 10 Ottobre, in occasione della giornata nazionale della salute mentale. Non ci è dato sapere se sia un caso o meno (forse lo è, ma non importa), ma è interessante cogliere questa coincidenza per soffermarsi sulla parte più importante di questa storia: non tanto il biopic né la produzione di un album (seppur doloroso e sofferto), ma la depressione di Bruce Springsteen e il dramma spesso silenzioso che si consuma nel cuore e nel cervello di chi combatte ogni giorno con un disturbo mentale o della personalità.

Pur raccontando la storia più o meno lineare di come Springsteen sia riuscito a convincere i suoi discografici a produrre e distribuire Nebraska, il suo album più intimo ma anche quello più difficile, Scott Cooper è riuscito ad andare oltre, mettendo in scena il dramma di un uomo in eterno conflitto con i suoi demoni e con un trauma mai davvero elaborato.

Ascoltando Nebraska oggi, la sensazione è quella di avere tra le mani un album contemporaneo. Lo stesso Cooper, in conferenza stampa, avvalora questo pensiero: “Nebraska è un album molto moderno, che parla di assenza di spiritualità e di ambiguità morale. La musica di Bruce Springsteen è politica, perché parla alle persone che vivono ai
margini della società, che lottano per sopravvivere e per realizzare il sogno americano – spesso senza riuscirci”.

Quando Springsteen sta scrivendo le canzoni del suo sesto album, Nebraska, si trova in una fase un po’ ibrida della sua vita e della sua carriera. Sono già passati diversi anni dall’uscita di Born to Run e manca poco a quella di Born in the USA: Springsteen è già un musicista folk-rock più o meno affermato, ma c’è qualcosa che manca e che non è ancora riuscito a emergere davvero.

Nella sua vita privata, il giovane Bruce è consapevole della sua bellezza e del suo talento – e di conseguenza del suo fascino – ma allo stesso tempo cerca di stare alla larga dalle relazioni stabili, perché l’attaccamento evitante è probabilmente il meccanismo di difesa che ha dovuto mettere in atto per poter sopravvivere a una vita di abusi, soprusi e dolore. Eppure nella sua vita arriva Faye, che lo colpisce inaspettatamente ma lo costringe a fare i conti con le sue paure e le sue fragilità – e quando Bruce ha paura fa quello che gli riesce meglio fare: scappare e chiudersi in se stesso, proprio come faceva da piccolo, quando provava a nascondersi da suo padre.

È su queste basi che Springsteen decide di scrivere il suo sesto album, ma per farlo prende una strada completamente diversa, quella dell’autoproduzione casalinga, fatta di imprecisioni, sbavature ed errori più o meno voluti. Un disco completamente diverso e forse – finalmente – umano. E se c’è un pregio indiscutibile in un film come questo è nella sua umanità: se Springsteen: Deliver Me from Nowhere non è un film perfetto, che talvolta scivola nei cliché del biopic e non ha sempre il coraggio di rischiare, dall’altro lato c’è una parte del racconto profondamente umana che bolle nel sottosuolo e scalpita per venire a galla, restituendo a chi guarda un frullatore emotivo fatto di sorrisi tra le lacrime, nella piena consapevolezza che restare umani, forse, è l’atto più coraggioso di tutti.

Il personaggio di Springsteen, portato sullo schermo da un Jeremy Allen White maturo e riflessivo, è un uomo rotto, distrutto, depresso eppure geniale, per certi versi simile ad altri personaggi interpretati da White in passato (è il caso di Carmy in The Bear, ma forse anche di Lip Gallagher in Shameless). Come l’attore stesso ha affermato in conferenza stampa, “I film che preferisco sono quelli che parlano di appartenenza, scopo, famiglia (anche se non di sangue). I personaggi che amo mettere in scena sono proprio quelli che si sentono persi, soli, a cui manca qualcosa e che vanno alla ricerca di uno scopo. In fondo, tanti dei miei personaggi sono persone che faticano a esprimersi negli ambiti più intimi della loro vita, ma allo stesso tempo hanno un incredibile talento e un’indiscussa creatività nella propria professione”. E dietro il musicista del New Jersey c’è proprio questo: prima di The Boss, c’è un uomo fragile e tormentato, che cerca di sopravvivere a tutto, perfino a se stesso.

Ci sono persone per cui Bruce Springsteen è quello di Born to Run, c’è chi lo ricorda per Born in the USA e c’è chi invece lo conosce più a fondo e riconosce in Nebraska la sua vera natura. Per me che vi scrivo, però, Bruce Springsteen è anche Streets of Philadelphia, il brano scritto per Philadelphia di Jonathan Demme: la storia di un uomo all’apice del suo dolore, che abbraccia il suo destino e finalmente si lascia andare.

Ain’t no angel gonna greet me
It’s just you and I my friend
And my clothes don’t fit me no more
A thousand miles just to slip this skin

Non ci sono angeli che mi saluteranno
Siamo solo io e te, amico mio
E i miei vestiti non mi stanno più
Mille miglia solo per cambiare pelle

Autore

  • Luna Saracino
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Data pubblicazione: 10/12/2025
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