Milano è il tipico esempio di ciò che si può trovare in kermesse come la Festa del Cinema di Roma, ovvero film d’autore non di grandissimo richiamo ma di un certo interesse, purtroppo spesso e volentieri riusciti solo in parte. Per quanto infatti la coproduzione belga-olandese non sia in sé disprezzabile, non si può neanche parlare di un titolo memorabile.
Il giovane Alain, di origini italiane, cresce da solo il figlio sordo Milano, con piglio sin troppo duro nonostante i sentimenti che a volte non riesce ad esprimere, cercando di dargli tutto ciò che meriterebbe; i trascorsi di tossicodipendenza sono difficili da superare, il lavoro è sfiancante, Milano cerca spesso rifugio e affetto da una donna facoltosa e ha da poco espresso il desiderio di incontrare la madre che lo aveva abbandonato.
Non c’è niente che Christina Vandekerckhove faccia male in questo film, che peraltro potrebbe avere radici autobiografiche, ma tutto pare derivativo di qualcos’altro: inizialmente dei Dardenne per come pedina i suoi personaggi e li descrive senza troppi dialoghi, a Sound of Metal per come mette in scena la sordità, a un generico cinema sociale per come dipinge le differenze di ceto.
Ma non mancano elementi interessanti di regia, come il meteo usato in senso metaforico e di presagio degli eventi a venire. Anche gli attori sono tutti in palla e c’è tra loro una buona chimica, con un plauso particolare per il piccolo Basil Wheatley, mentre i personaggi risultano più sfumati del previsto, per quanto non troppo appassionanti.
A mancare in fondo è davvero un tocco di originalità, oltre che una storia meglio strutturata, più focalizzata e meno ondivaga, nonché una risoluzione di qualche tipo: un finale anche commovente, infatti, nega i presupposti drammaturgici iniziali e pare allontanarsi da quanto di buono seminato in precedenza. Dovesse arrivare su piattaforma o addirittura in sala, Milano vale dunque una visione, se si è disposti a lasciarsi condurre per mano da un film che traccheggia più del dovuto.







