Il desiderio dopo tanti anni passati negli Stati Uniti e in Europa di tornare in Iran e contribuire attraverso l’insegnamento a una rivoluzione sociale-culturale basata sul progresso, che guardi all’Occidente.
Peccato che il sogno di Azar Nafisi, professoressa di letteratura inglese sposata con un ingegnere, musulmano dal pensiero progressista, si sgretola il 3 agosto 1979 quando la Rivoluzione islamica guidata dallo ayatollah Khomeini instaura un regime basato sulla Shari’a dove la donna è solo un fine contorno della società, uno sfondo nero e invisibile. Dopo che i testi del suo corso universitario vengono messi al bando perché giudicati impuri, la donna rassegna le dimissioni e decide di aprire le porte di casa sua a sette brillanti ex allieve. Continuerà lì, fra mille ostacoli, rigidità e violenza la ‘sua’ rivoluzione.
L’opera del regista israeliano Eran Riklis, presentata alla Festa del Cinema di Roma e basata sull’omonimo romanzo biografico del 2003, offre una dettagliata panoramica sulla condizione della donna iraniana nell’arco di un ventennio (1979-1997), fino a quando cioè Azar non decide di lasciare la terra natìa per emigrare di nuovo con la famiglia a Washington.
La protagonista, grazie a un’ottima interpretazione di Golshifteh Farahani, riesce a trasmettere per tutta la durata del film la propria messa in discussione in quanto donna, insegnante e moglie senza però mai perdere lucidità e determinazione, il che la rende un’eroina contemporanea. Il film ha un approccio più educativo che storico: i fatti vengono trattati in modo forse troppo didascalico e superficiale per la rilevanza della tematica affrontata.
Abbondano purtroppo gli stereotipi per cui l’Occidente è associato univocamente al progresso e l’Oriente al conservatorismo. Originale la suddivisione in quattro parti dove ogni parte è un riferimento alla letteratura inglese/americana (Il grande Gatsby, Lolita, Daisy Miller e Orgoglio e Pregiudizio). Uno spaccato di realtà che convince, anche se non del tutto.







