Quando un documentario diventa un modo per raccontare il proprio ego, e a farlo è chi di ego ne ha molto. Pharrell Williams produce un documentario sulla sua vita, utilizzando l’animazione LEGO. Il progetto funziona proprio perché in perfetto stile Williams, la cui carriera ci ha abituato al successo costante.
Il film racconta la sua vita, dagli inizi a Virginia Beach con i Neptunes fino alla grande hit “Happy”, che arriva in un momento di grande difficoltà. A raccontarne i segreti ci sono gli amici di sempre, da Snoop Dog a Jay-Z, da Gwen Stefani a Missy Elliott. Tutto funziona, dalle musiche alle scenografie passando all’animazione. I dubbi però riguardano il progetto stesso: se si vuole raccontare la drammaticità della propria vita, come può una testa plastica esprimerne le emozioni?
Nel film troppi aspetti profondi sono introdotti e mai sviluppati veramente. E anche quando finalmente arriva un momento di verità pura, in cui Pharrell piange, a causa dell’animazione LEGO, la sensazione che si prova è di banalizzazione: tutto ritorna a essere un insieme di colori e musica, senza che sia stato dato il giusto peso alle emozioni. Quindi il film è funzionale alla storia di Wiliams? No, perchè i LEGO ci hanno sempre insegnato a sorridere e ad andare avanti, quindi non c’è possibilità di empatizzare con dei personaggi reali e le loro vicende. Piece by Piece rimane un buon film?
È sicuramente bello da vedere, come tutte le opere precedenti LEGO, ma questo è quanto. La storia di Pharrell Williams è un’autocelebrazione costante incentrata sulle sue doti e sul suo successo musicale, oltre che alla coolness che traspare da ogni cosa che fa. Non c’è umanizzazione nel film e forse proprio per questo Williams ha deciso di raccontarsi attraverso i LEGO.







