“Scritto, montato e prodotto da Sean Baker”. È con questo pedigree che si presenta al grande pubblico La mia famiglia a Taipei – titolo molto festivo del più “oggettivo” Left-Handed Girl – film diretto dalla regista taiwanese-americana Shih-Ching Tsou, collaboratrice abituale del premio Oscar per Anora.
Ed effettivamente l’opera prima della cineasta, vincitrice del concorso alla Festa del Cinema di Roma, riprendere molto delle marche stilistiche di Baker, in particolar modo Un sogno chiamato Florida sembra rappresentare il modello più evidente.
Un gruppo di personaggi di cui seguiamo le disavventure, ben collocate in un contesto sociale puntualmente descritto attraverso un metodo di lavoro richiamante quello del maestro-sodale: troupe ridotta e molto agile a riprodurre uno sguardo semi (o meglio simil) documentarista, grande attenzione al realismo sensoriale della visione, oltre che un’empatia particolare verso i soggetti più marginali.
La mia famiglia a Taipei: la trama
La trama, esemplificata dal titolo italiano, segue proprio una famiglia appena trasferitasi a Taipei a seguito di vicende drammatiche non meglio identificate, almeno all’inizio. Il piccolo nucleo, una madre e due figlie, tenta di sopravvivere prendendo in gestione una bancarella di noodles nel mercato notturno della città. La figlia maggiore reclama però la propria indipendenza, ribellandosi e trovando un impiego semilegale, mentre la più piccola viene sgridata dal nonno perché mancina – elemento associato tradizionalmente a un’influenza maligna (la mano del diavolo).
Da questa veloce sinossi si potrebbe pensare a un approccio improntato al realismo sociale, ma si avrebbe ragione solo in parte – ovvero nella prima, maggiormente dedicata alla descrizione dello sfondo sociale; la seconda invece vira decisamente sul versante melodrammatico, con delle rivelazioni e dei contrasti che hanno a che fare con grandi conflitti famigliari, riprendendo il più che consueto scontro tra la difesa dell’onore, tipica della tradizione popolare più familista, e le ragion del cuore dei singoli.
Colpisce un po’ la decisione della distribuzione italiana di giocare sulla presunta destinazione “per tutta la famiglia” di una pellicola che in realtà ha rimandi e rappresentazioni piuttosto esplicite al sesso, a riprova del fatto che la regista Shih-Ching Tsou non si tira indietro quando si parla di realismo e scabrosità. È altresì vero che è realmente impossibile restare freddi di fronte a un’interpretazione calorosa, spontanea, vivace e tenerissima come quella fornita da Nina Yeng, la piccola I-Jing, le cui guance sembrano essere state create per essere pizzicate sino alla fine dei tempi.
Una vivacità, quella della bambina, che si riflette nelle valide interpretazioni delle due colleghe più grandi, ma soprattutto nel ritratto carico di dettagli e partecipa di una città notturna movimentatissima. Tutto ciò anche per merito di una fotografia e di una regia molto mobile – appunto documentarista – che predilige colori saturi e sovraesposizione (con effetti non sempre proprio piacevolissimi, a livello estetico) e una vicinanza epidermica ai personaggi.
Il potenziale problema di La mia famiglia a Taipei – ma ciò sarà affare di ogni spettatore – è stabilire se l’equilibrio tra una prima parte più leggera, quasi da commedia, e la seconda maggiormente melodrammatica potrà dirsi compiuto: secondo chi scrive il montaggio di Baker, così moderno e frammentato, rischia di depotenziare le svolte di trama, dal momento in cui si adagia più sulla sensazione di “qui e ora” tipica del documentario invece che su una narrazione più tradizionale.
Nonostante alcuni dubbi sulla tenuta complessiva e sul senso più ampio del film, questi rimane comunque godibile sia nella descrizione di una realtà ignota allo spettatore italiano, nonché nello sviluppo di dinamiche relazionali più famigliari, riuscendo a coniugare sguardo infantile e sensibilità adulta.







