Recentemente Lo straniero diretto da François Ozon ci ha ricordato – ovviamente insieme a Camus – come per la filosofia esistenzialista la questione fondamentale fosse quella del suicidio, ovvero del motivo per cui continuare a vivere; tra i più fini, pervicaci e prolifici investigatori della contemporaneità, Radu Jude in Kontinental ’51 spariglia le carte e pone un’altra domanda, forse ancora più scottante: “nella società capitalista / neo-liberista / tecno-feudale (vabbè ci siamo capiti) è tuttora possibile essere buoni, fare del bene? E a che prezzo?”
Per far ciò Jude, sempre all’insegna di un’economia di mezzi francescana – se San Francesco fosse stato armato di iPhone 15 con messa a fuoco sbarazzina nelle scene meno illuminate – ci mette inizialmente nei panni di Ion. Senzatetto volenteroso, per quanto rancoroso e tutt’altro che compiacente, attraversa Cluj chiedendo l’elemosina, offrendo lavoretti che nessuno vuole dargli.
Lo scenario, taglio documentaristico, lo stile che affianca riprese rubate a composizioni molto curate, il modo in cui l’obiettivo segue Ion per le strade affollate di turisti, ricorda un po’ quello di Bad Luck Banging or Loony Porn, Orso d’oro a Berlino.
Finito a vivere in un sottoscala di un edificio destinato a diventare un hotel di lusso della catena Kontinental, sfrattato da Orsolya, ufficiale giudiziario invero più che volenterosa e gentile, di fronte all’idea di perdere l’abitazione Ion si suicida. Il resto del film non è altro che la reazione di Orsolya a questa tragedia di cui si sente responsabile, il suo calvario morale: i suoi dubbi, il suo senso di colpa, il modo in cui questo lavoro spietato impatta sulla sua esistenza e sulla sua vita privata, l’attenzione della stampa nei suoi confronti, nonché i vari incontri che chiederà a varie persone per placare l’ansia che la divora.
Anche Cluj da semplice sfondo a poco a poco diventa un commento silente e persistente alla contemporaneità: nell’affollarsi di edifici di lusso si sente in pieno la gentrificazione dell’intera Romania, negli onnipresenti cartelli pubblicitari l’onnipresenza della merce, una città che si rifà il trucco mentre dentro marcisce, i turisti che sorridono mentre i senzatetto muoiono nei sottoscala.
Se il titolo richiama ovviamente Europa ’51 di Rossellini – e quindi non stupisce molto la vena moraleggiante del film – sorprendono molto più, perché nerissime e grottesche, le bordate di ironia con cui Jude innerva il racconto, invero molto dialogato come in un film di Rohmer: su tutte si possono citare le scene in cui si tenta una rianimazione al ritmo di Staying Alive, o la ripetizione immutabile del racconto del suicidio da parte di Orsolya ad ascoltatori sempre più interessati.
È il tipico tocco alla Jude, che evita come la peste il commento esterno, usando l’ironia non tanto come sollievo comico quanto piuttosto come una lama che trafigge proprio nei momenti di massima gravità, per ricordarci che il mondo continua a essere assurdo anche — forse soprattutto — quando dovrebbe fermarsi per rispetto. Stesso discorso per l’introduzione disinvolta della tecnologia nei suoi innumerevoli formati, che convive sempre con l’attaccamento della società romena a una certa forma di conservatorismo ortodosso.
A questo proposito Jude ritorna su un tema a quanto pare a lui caro, ovvero il razzismo sotteso nei confronti della minoranza ungherese in Transilvania, territorio che in precedenza ha battuto bandiera magiara. Orsolya stessa è di lingua ungherese, e non sono pochi i momenti in cui emerge il sostrato xenofobo di una società che si crede e si vorrebbe rappresentare come europea e moderna ma che, scavando appena sotto la superficie, rivela le stesse vecchie questioni nazionalisti che ormai riaffiorano un po’ in tutto il continente.
Mentre affastella dialoghi, personaggi e posizioni differenti, il film sembra non prendere mai una posizione netta, preferendo ascoltare e insinuare il dubbio nello spettatore. Nel frattempo ogni interlocutore — colleghi, amici, il marito, un prete, un giovane ex studente — le ripete la stessa cosa: la donna non ha responsabilità, non è possibile salvare tutti. Una formula comoda, d’altro canto vero e purtuttavia ipocrita, giacché è lo strumento con cui un’intera società si assolve preventivamente.
Quello che si constata con grande amarezza è che nessuno è cattivo, nessuno è colpevole, e proprio per questo nessuno sente il bisogno e il desiderio di cambiare nulla (“la vera tragedia è che ognuno ha le proprie ragioni”, diceva Jean Renoir). La povera protagonista vaga come in una via crucis, di stazione in stazione, alla ricerca di un luogo in cui posare la propria colpa in un mondo che ha smesso di credere alla colpevolezza.
E quindi il senso di colpa di Orsolya, per quanto non sfoci in un’azione concreta, non è né patologico né eccessivo, è soltanto la normale reazione di qualcuno non riesce ad assumere l’anestetico morale offerto. Ma il film – e con esso Jude – coi suoi silenzi e le sue allusioni, senza condanne esplicite, tenta di ricordarci che l’inazione è la sorellastra bastarda della complicità: non fare nulla, fingere di non avere alternative, è già una scelta, e ha un peso specifico che la coscienza, a differenza della legge e del quieto vivere, continua a percepire.







