Uno spettro si aggira per Hollywood: lo spettro dell’AI. Sono ormai anni che se ne discute, come se ciascuno in campo artistico DOVESSE avere un’opinione pro o contro l’uso che se ne fa. Con Good Luck, Have Fun, Don’t Die gli USA mettono in scena l’esasperazione causata dall’AI, tanto inevitabile quanto stancante.
Gore Verbinski, regista che negli anni ‘00 e ‘10 ha diretto film di culto come Pirati dei Caraibi, The Ring e Rango, torna dietro la macchina da presa a dieci anni da La Cura del Benessere, una reinterpretazione in chiave horror de La Montagna Magica di Thomas Mann che ha lasciato pubblico e critica piuttosto tiepidi.
Con Good Luck Have Fun Don’t Die, scritto da Matthew Robinson (The Invention of Lying), Verbinski torna alla critica sociale, stavolta raccontata attraverso le lenti della fantascienza demenziale. Sam Rockwell interpreta il protagonista senza nome, un uomo venuto dal futuro per impedire a una super intelligenza artificiale di essere attivata senza prima inserire un codice di procedura che le impedisca di schivizzare l’umanità.
Per la centodiciassettesima volta, l’uomo si trova in un diner di Los Angeles poche ore prima che un bambino geniale a pochi isolati di distanza, finisca di programmare l’intelligenza artificiale che metterà fine all’umanità. Deve trovare la giusta combinazione di persone, che ormai conosce benissimo, per portare a termine la sua missione. Sente che il gruppo che metterà su stavolta sarà quello giusto.
Una commedia demenziale, quindi, su un argomento di cui tutti in questo momento discutono senza sapere se e quanto avere paura delle ripercussioni che questo strumento avrà sulle nostre vite.
Al di là dei buchi di trama, inevitabili in un intreccio troppo complesso da sbrogliare in un paio d’ore di film, della scelta di inserire flashback sulla vita dei componenti di questo centodiciassettesimo gruppo che lasciano troppe domande senza risposta e di alcune scelte estetiche discutibili, il film sembra avere un problema di tono.
Personaggi senza alcuna utilità o spessore, eliminati in modo sbrigativo, momenti divertenti che si contano sulle dita di una mano, rivelazioni piuttosto prevedibili che portano alla conclusione, in parte condivisibile ma piuttosto impraticabile, che “tecnologia = brutto”. Non bastano comprimari del calibro di Zazie Beetz, Michael Peña, Juno Temple e Haley Lu Richardson per salvare il film che, pur scorrendo in modo piacevole, lascia veramente poco a fine visione se non una indefinita amarezza e tante domande senza risposta.
Le storie dei personaggi non si intersecano, sembra piuttosto che siano buttate tutte insieme e che stia allo spettatore capire quale sia quella davvero importante. Non basta il tono dissacrante se i personaggi sono abbozzati e i temi che si portano in scena sono vecchi di almeno dieci anni, anzi sembra piuttosto che il tono dissacrante in questo caso serva a coprire delle mancanze, a nascondere delle paure, a confondere su quale sia il punto della questione.
Forse il vero problema è la mancanza di prospettiva di due uomini ampiamente cresciuti, come sono Verbinski e Robinson, rispettivamente del 1967 e del 1978, che sperano di poter ricominciare a giocare la partita daccapo dopo l’ennesimo Game Over. Ma il finale consolatorio e piuttosto semplicistico del film mostra che questi due cineasti adulti, di questo mondo, preferirebbero lavarsene le mani: niente finale tragico, lieto fine men che mai, ma qualcosa nel mezzo, una non scelta per scontentare tutti.
Mentre l’horror d’autore statunitense dimostra in questi anni tutta la sua potenza, dopo gli incredibili successi dei recenti Backrooms e Obsession, senza contare Sinners e Weapons, altri generi, specialmente quando contaminati dalla commedia, sembrano fare più fatica. Forse perché c’è poco da ridere oggi? Non è mai stato un problema in passato. Potrebbe forse essere perché la risata, in particolare quella amara, non è più un’arma per mettere alla berlina un sistema ingiusto o mostrare delle prospettive nuove, ma una forma di autodifesa individuale, incapace di parlare a una coscienza collettiva.
Al di là dei risultati al botteghino, film come l’ultimo Scary Movie sono la prova che quando il pubblico cambia e l’umorismo no, resta poco di cui ridere. A poco serve consolarsi, ricordarsi “come eravamo” dandosi una pacca sulla spalla e ridendo a squarciagola. Anzi se si scruta più attentamente diventa chiaro che non stiamo tremando perché scossi da risa incontrollate, ma perché abbiamo paura.







