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Jazzy: recensione

Jazzy

 

Guardare questo film è come entrare nella testa di una bambina. Tutto quello che viene mostrato sullo schermo appare dal punto di vista di Jazzy, la bambina protagonista di cui viene narrata la crescita dai sei ai dodici anni. Gli adulti, per quasi tutto il film, rimangono fuori dallo schermo e ci si limita a sentire le loro voci, a vederli di spalle, di sfuggita, sfocati.

Il film vuole essere un “coming of age” di una bambina di origini Oglala Lakota, in cui si focalizza sul rapporto con la sua migliore amica Syriah. Sebbene ne trasuda l’autenticità, il film non riesce a lasciare un particolare impatto sullo spettatore. La storia ha poche svolte, non ha una direzione ben definita. Riesce, però, almeno a strappare dei sorrisi grazie alle interazioni fra i bambini.

Nonostante sia particolarmente apprezzato quindi questo lato più “wholesome”, rimane la sensazione che ci sia molto potenziale non espresso. Le scelte registiche hanno un ruolo fondamentale su ciò che Jazzy vuole essere. La macchina a spalla, con cui è girata grand parte del film, costruisce una dimensione intima intorno a Jazzy e alla sua amicizia con Syriah.

Ci si sofferma spesso, infatti, sui loro visi, relegando tutto il resto al fuori campo. È un peccato, quindi, che queste scelte di regia non siano supportate da una sceneggiatura altrettanto riuscita.

Autore

  • Fabio Perrone

    Fabio Perrone nasce in Germania, cresce a Reggio Emilia e vive a Roma: avrà finito di spostarsi verso sud? A sei anni guarda per la prima volta Avatar: The Last Airbender che segna l’inizio della sua ossessione per le serie tv e l’animazione.

     

    Questa fissa lo porta a laurearsi in Arti e Scienze dello spettacolo alla Sapienza, per poi decidere di inseguire il suo sogno di diventare uno sceneggiatore. Frequenta quindi la Scuola Leo Benvenuti e poi il Corso Executive di Scrittura per l’Animazione Internazionale della Civica Luchino Visconti.

     

    Nel suo tempo libero scrive progetti di serie tv e film firmandosi con il cognome di sua madre, Velardi, che lo portano a partecipare a diversi pitch contest in giro per l’Italia.

     

    I suoi padri spirituali sono Lynch, Anno e Scola ed è convinto che, se un giorno riuscisse a scrivere qualcosa di anche vagamente simile alla penna di Phoebe Waller-Bridge potrebbe morire felice.

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Data pubblicazione: 10/25/2024
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