Guardare questo film è come entrare nella testa di una bambina. Tutto quello che viene mostrato sullo schermo appare dal punto di vista di Jazzy, la bambina protagonista di cui viene narrata la crescita dai sei ai dodici anni. Gli adulti, per quasi tutto il film, rimangono fuori dallo schermo e ci si limita a sentire le loro voci, a vederli di spalle, di sfuggita, sfocati.
Il film vuole essere un “coming of age” di una bambina di origini Oglala Lakota, in cui si focalizza sul rapporto con la sua migliore amica Syriah. Sebbene ne trasuda l’autenticità, il film non riesce a lasciare un particolare impatto sullo spettatore. La storia ha poche svolte, non ha una direzione ben definita. Riesce, però, almeno a strappare dei sorrisi grazie alle interazioni fra i bambini.
Nonostante sia particolarmente apprezzato quindi questo lato più “wholesome”, rimane la sensazione che ci sia molto potenziale non espresso. Le scelte registiche hanno un ruolo fondamentale su ciò che Jazzy vuole essere. La macchina a spalla, con cui è girata grand parte del film, costruisce una dimensione intima intorno a Jazzy e alla sua amicizia con Syriah.
Ci si sofferma spesso, infatti, sui loro visi, relegando tutto il resto al fuori campo. È un peccato, quindi, che queste scelte di regia non siano supportate da una sceneggiatura altrettanto riuscita.







