Il cinema è tutto una questione di sguardo. Continuiamo a dimenticarlo, rincorrendo storie originali, trovate, rifacimenti, interpretazioni, nuovi adattamenti. E poi arrivano i fratelli Dardenne, che ripropongono testardamente il proprio cinema ancorato al reale, umanissimo e in fondo sempre uguale a se stesso: alcuni personaggi posti in una situazione di crisi profonda, osservati da lontano, ma con una partecipazione commossa e commovente.
C’è chi lo chiama “cinema delle nuche” – a volte con affetto, altre con un certo disprezzo – per la caratteristica inquadratura di un personaggio seguito da dietro con macchina a mano, spesso trafelato o colto durante uno spostamento. Ed è ovviamente una modalità artistica che lascia il fianco scoperto alle critiche, perché se non c’è rigore – morale, cinematografico e tecnico – questo tipo di film rischia di diventare pietismo un tanto al chilo.
Giovani madri, nuova opera dei Dardenne, premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura, è invece l’ennesimo gioiello di una filmografia che ha visto qualche inciampo ma mai dei veri e propri tonfi. Qui l’azzardo dei cineasti è grande, perché le protagoniste, le ragazze madri cui allude il titolo, sono ben 5, con conseguente rischio di sfilacciamento della narrazione. Eppure, per l’ennesima volta, la scommessa è vinta: quando si conosce ciò di cui si parla, bastano poche sequenze accurate per raggiungere il cuore dei protagonisti.
Jessica, Perla, Julie, Naïma e Ariane sono appunto adolescenti che hanno trovato rifugio in una casa famiglia, dove sono seguite da specialiste in un percorso teso a raggiungere stabilità e indipendenza psicologica, emotiva e finanziaria. Ognuna delle ragazze è caratterizzata da un differente problema e un diverso legame con il proprio figlio o gravidanza: c’è chi ha un rapporto difficile con la madre, chi la vorrebbe conoscere, chi ha un compagno instabile, chi è vittima di una dipendenza.
Giovani donne lasciate ai margini della società, accomunate da una condizione di fragilità e precarietà, le protagoniste sono osservate nell’istante in cui nella loro vita si apre uno spiraglio di cambiamento, spesso e volentieri quando sono maggiormente messe alla prova e devono prendere decisioni importanti per il proprio futuro.
Ciò che colpisce in Giovani madri è il modo in cui i Dardenne riescono a gestire il gran numero di storie, nate dall’osservazione attenta delle dinamiche interne a una maison maternelle: avendo un ristretto minutaggio, i fratelli sono costretti ad asciugare quanto più possibile il loro cinema, che spesso ha raccontato interstizi esistenziali e ha prosperato nei momenti morti della narrazione.
In un certo senso – ci si perdoni la battuta – il film è stipato di scene madri, sequenze particolarmente cariche emotivamente e significative. Il risultato però non è quello di una soap, anzi al contrario riflette la complessità della vita vera, grazie all’estremo realismo della messa in scena, alla lunga durata delle singole sequenze e a un’attenzione particolare alla spontaneità delle attrici, molte delle quali sono non professioniste o alla prima esperienza.
La loro regia è sinonimo di partecipazione senza invadenza, tutta incentrata su gesti, sguardi, cedimenti che diventano rivelatori. Il solito miracolo dei Dardenne è quello di farci credere all’illusione di trovarsi di fronte a una realtà che si sta costruendo nello stesso momento in cui la vediamo materializzarsi sullo schermo, e ciò anche se la scrittura, come anticipato, lavora per condensazione, arrivando più velocemente del solito allo scioglimento dei nodi; vengono evitate quindi tutte le digressioni che non siano essenziali alla comprensione del vissuto delle protagoniste, i dialoghi non spiegano ciò che può essere mostrato, i conflitti emergono naturalmente, quasi per caso.
Rigore, delicatezza e commozione, queste le parole d’ordine di Giovani madri, la ricetta ossimorica adottata dai registi, che per una volta, a differenza dei tanti finali cupi e sconfortanti che costellano il loro cinema, riescono a far baluginare uno sprazzo di speranza nonostante la possibilità di redenzione non sia affatto semplice.







