Prendete tutti gli argomenti della politica più importanti degli ultimi 5 anni. Sì, nominateli uno alla volta: pandemia, lockdown, fake news, Pizzagate, complottismo, cultura woke, Black Lives Matter, autofustigazione della sinistra, virulenza memetica dell’alt-right, proliferazione delle armi, riemergenza settaria, manipolazione dei big data, algoritmi… e probabilmente ne stiamo dimenticando qualcuno.
Ecco, Ari Aster – stimato e un po’ folle regista di Hereditary, Midsommar e Beau ha paura – li ha presi tutti e come un pittore astratto, li ha scagliati prima a mo di inchiostro sulla sceneggiatura e poi sulla tela cinematografica, in stile action painting. Il risultato è Eddington.
Come hanno suggerito innumerevoli commentatori da Cannes, dove era stato presentato, ci troviamo di fronte a un western / thriller / dramma grottesco pasticciato, un pastrocchio confuso? Forse. È anche molto interessante? Decisamente sì.
Ci troviamo nella cittadina eponima del New Mexico, nel pieno della pandemia di COVID-19, durante le proteste per la morte di George Floyd e alla vigilia delle presidenziali. Il piccolo centro, che sta per essere stravolto dalla costruzione di un colossale data center molto sponsorizzato dal sindaco, diventa un caso studio della “semi” guerra civile che sta attraversando gli Stati Uniti allorché tra lo sceriffo Joe Cross e il sindaco Ted García scoppia una lite personale e politica che si trasforma in tenzone elettorale.
La situazione è destinata a precipitare, perché tra i due non corre buon sangue a causa dei trascorsi del secondo con la moglie, alquanto debilitata, del primo, nonché per le mille questioni che il dibattito sociale farà violentemente esplodere.
Quella descritta da Ari Aster è una frontiera – il confine col Messico e con la riserva indiana gioca un ruolo importante – che ci ricorda da lontano le atmosfere di Non è un paese per vecchi. Lì però era una grande quantità di denaro a scatenare l’inferno, qui invece è il rifiuto di indossare una mascherina che darà via al gioco al massacro; se i fratelli Coen erano interessati a un’apocalisse dei valori, Aster mette in scena la completa esplosione della concezione di verità e dei suoi punti di riferimenti, dove ogni parte in campo è sorda alle richieste dell’altra e in cui ogni confronto porta a una ramificazione imprevista di violenza, odio e disprezzo. Insomma, il mondo in cui viviamo a partire dal momento in cui Internet ha permesso a tutti di attingere e veicolare informazioni senza alcun controllo e a velocità siderale.
A reggere il gioco del regista c’è Joaquin Phoenix per l’ennesima volta in stato di grazia – le lodi nei suoi confronti non sono mai abbastanza; molto più pacate e sottotono le prove di Emma Stone e Pedro Pascal, che giocano di rimessa, mentre il santone di Austin Butler è irritante proprio come lo si immagina in sceneggiatura.
Non si cita il cast a caso, perché per rendere credibile una commedia stortissima che lentamente si trasforma in un thriller della paranoia, che sfocia nella surrealtà, serviva un ensamble in grado di seguire l’atmosfera richiesta da Aster. Il cineasta come suo solito è bravo a rendere inquietanti immagini a noi famigliari e a cogliere la singola inquadratura significativa, muovendosi molto agilmente tra le stradine di Eddington ma soprattutto dilatando i tempi per far esplodere la tensione soggiacente, che era comunque già stata creata da una colonna sonora che contribuisce a far salire l’ansia anche quando la narrazione è apparentemente piana o addirittura comica.
Eddington è un film che si comporta come se fosse frutto di un algoritmo, sembra di vedere scorrere il proprio feed Instagram – col presupposto di essersi aperti a tutte le bolle politiche degli ultimi anni: è un mondo destinato alla catastrofe, frutto della deflagrazione delle certezze e della frammentazione delle idee su cui poggiavano le vecchie ideologie, in cui la contraddizione e le negazione flagrante non sono più contrari alla logica ma normali processi retorici di argomentazione del dibattito.
La realtà in cui siamo sprofondati, pare dirci Aster, così come tanti altri commentatori, non è soltanto sempre più complessa e contraddittoria, ma anche più violenta, prossima all’implosione. Ciò che nessuno però dice è che ad approfittare di questo stato di cose è chi gestisce i canali di comunicazioni e i grandi agglomerati di dati, come pare suggerire l’apertura e la chiusura di questo confuso, mastodontico, elefantiaco, diseguale, zoppicante reportage filmico dei nostri tempi.







