Se siete tra quelli che hanno avviato Netflix aspettandosi una trasposizione fedele di Devil May Cry e avete finito per controllare due volte di non aver cliccato su una serie parallela proveniente da un universo alternativo, sappiate che non siete soli. Il creatore e showrunner Adi Shankar non ha mai nascosto le sue intenzioni: non adattare i videogiochi, ma appropriarsene con la disinvoltura di chi prende in prestito una moto e torna con un carro armato.
La prima stagione ha diviso il pubblico come poche altre produzioni recenti. Da una parte c’erano i fan che volevano Dante, le pistole, le spade e i demoni; dall’altra c’era la serie, interessata a parlare anche di governi, militarizzazione, discriminazione e conflitti sociali. In mezzo, Dante, che per la prima volta sembrava quasi costretto a condividere la scena con tutti gli altri.
La seconda stagione, però, ha cambiato l’aria. Vergil è diventato il centro gravitazionale della storia e la serie ha iniziato a somigliare di più a ciò che molti si aspettavano sin dall’inizio: un dramma familiare travestito da massacro demoniaco. Lo scontro tra i due fratelli non è più soltanto una questione di spade gigantesche e capelli bianchi, ma il motore emotivo dell’intera narrazione.
Nel frattempo Netflix e Shankar hanno continuato a fare ciò che sanno fare meglio: ignorare il canone con una sicurezza quasi commovente. DARKCOM non esiste nei giochi. La cronologia è stata smontata e rimontata come un mobile senza istruzioni. Personaggi provenienti da capitoli diversi convivono nello stesso racconto e figure secondarie diventano improvvisamente protagoniste.
Eppure il paradosso è proprio questo: più la serie si allontana dai videogiochi, più sembra voler discutere di ciò che li ha resi memorabili. Il rapporto tra Dante e Vergil, il peso dell’eredità di Sparda, la tensione tra umanità e natura demoniaca. Sono ancora lì, solo raccontati con strumenti diversi.
Forse la definizione più corretta è quella che molti fan hanno adottato col tempo: non un adattamento, ma una versione apocrifa. Una specie di “e se…?” lungo due stagioni, dove Devil May Cry smette di essere un semplice videogioco animato e diventa il campo di battaglia tra la fedeltà al materiale originale e l’ambizione di chi vuole riscriverlo. Con risultati discutibili, a tratti irritanti, ma raramente noiosi. E nel panorama dello streaming contemporaneo, non è poco







