Idda è il nome che i catanesi danno all’Etna, letteralmente “lei”, qualcosa che dice già molto sul rapporto di timore e familiarità intrattenuto dai locali con il vulcano. Ma idda è anche la “lei” cui si riferiscono vicendevolmente le due protagoniste del secondo film di Irene Dionisio, presentato a Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma.
Sofia e Adele sono amiche d’infanzia che si sono perse di vista – una è rimasta a fare la fotografa, l’altra è fuggita via dalla città materna – e che si ritrovano a Catania nei giorni della festa di Sant’Agata (documentata durante una processione, con piglio per l’appunto documentaristico) al fine di realizzare un sogno che avevano condiviso e mai concretizzato, ovvero salire fino alla cima del vulcano.
Quello che è evidente è che Idda è un film molto personale per Irene Dionisio, non tanto per il contenuto in sé dell’opera ma per la forma e la sensibilità esibita, l’attenzione ai dettagli, la cura, la levigatezza delle immagini.
Se infatti si vuole entrare un po’ nel merito valutativo, sicuramente ciò che risplende è proprio la forma, a partire dalla fotografia di Gergely Pohárnok, passando per il sound design fino al montaggio di Aline Hervé e l’ipnotica colonna sonora firmata da Gabriele Concas, Matteo Marini e Peter Miyakawa, che costruiscono un film fluido e sensoriale, fatto di silenzi e suoni della natura.
E ovviamente la regia di Dionisio, notabile sopratutto negli interventi spuri sulle immagini, che hanno la qualità del lontano ricordo velato di malinconia. Difficile non evocare Alice Rohrwacher, anche perché la parentela si vede – ma forse sarebbe meglio parlare di comunanza di sensibilità.
Dove il film scricchiola è nella scrittura, sia dei personaggi che della storia. Sofia e Adele rappresentano due tipologie fin troppo facili – timida, riservata, indecisa al limite dall’afasia l’una, esuberante, estroversa, tangente al fastidio l’altra – con traumi alle spalle, le cui rispettive rivelazioni avvalorano invece di smentire il sospetto di una costruzione molto semplice. Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano sono naturali e riescono a renderle vive senza sforzo (sopratutto la prima abita la scena con una presenza fortissima) con una precisione certosina ai gesti e agli sguardi.
Purtroppo Dionisio, volendo evitare la sorellanza zuccherosa e la rivalità di maniera, affolla le loro interazioni di non detti piuttosto plateali, discorsi a mezza bocca, litigi, recriminazioni, confessioni, avvicinamenti, riappacificazioni istantanee, attrazioni, divergenze, in un frullato di emozioni e sentimenti fin troppo veloce per restare credibile.
Lo sfondo dell’Etna al contrario offre una serie di simbologie molto più potenti, anche se sembrano più enunciate che sviluppate e il film scende meno in profondità di quanto i passaggi migliori lascino sperare. A dire il vero il sospetto è che, per quanto suggestivo, un altro scenario analogo avrebbe potuto sortire lo stesso effetto.







