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Wild Horse Nine: recensione

wild horse nine recensione poster

Martin McDonagh torna con una scrittura impeccabile e porta a casa una Coppa Volpi

C’è un momento, tra i moai dell’Isola di Pasqua, in cui Chris e Lee, due agenti della CIA arrivati fin lì con un’ultima missione da chiudere prima del golpe che stanno per innescare a Santiago, continuano a chiamare quelle statue con il nome che conoscono i turisti, quello che gli americani hanno deciso fosse giusto usare. Chi prova a correggerli, a restituire alle pietre il loro nome Rapa Nui, viene liquidato con una battuta. È un dettaglio piccolo, quasi un fondale, e proprio per questo dice tutto quello che Wild Horse Nine ha da dire sull’imperialismo: non serve un colpo di stato per esercitarlo, basta rifiutarsi di imparare come si chiamano davvero le cose degli altri.

Martin McDonagh torna a Venezia con quella scrittura che riconosci a occhi chiusi: battute che scattano come trappole, silenzi che pesano più dei dialoghi, un umorismo nero capace di ribaltarsi in tragedia nel giro di qualche scambio e la mette al servizio di due interpretazioni monumentali. John Malkovich è Chris, un veterano che ha le mani sporche di decenni di operazioni sporche in giro per il mondo e che sta perdendo la memoria mentre il corpo lo sta tradendo; Sam Rockwell è Lee, il protetto che gli è rimasto accanto per una vita e che ora deve decidere cosa fare di un uomo che non è più affidabile, forse nemmeno per se stesso.

Non serve aver letto le cronache del festival per capire perché la Coppa Volpi sia andata a Malkovich: è un’interpretazione che tiene insieme il repellente e il commovente senza mai scegliere l’uno a scapito dell’altro, un uomo che ha ucciso per mestiere e che ora si aggrappa a bigliettini scritti a mano per ricordarsi chi è, di chi fidarsi, che gli resta poco tempo.

Quello che colpisce di più, guardando il film, è la leggerezza con cui McDonagh riesce a portare in scena la Storia con la S maiuscola, il golpe di Allende, l’ombra della CIA sul Sudamerica, l’omicidio Kennedy che riaffiora come un fantasma che non se ne vuole andare, senza mai appesantire il racconto con la lezione o il monito.

Il montaggio salta tra informazioni politiche, riflessioni assurde e momenti di puro nonsense con una disinvoltura che potrebbe sembrare irriverenza, e invece è proprio la strategia che permette al film di dire cose serissime senza mai sembrare che stia tenendo una conferenza. Chris può essere razzista, può essere fascista, può aver fatto cose orribili in nome di un’idea di sicurezza che nessuno gli ha mai chiesto di mettere in discussione e il film gli lascia lo spazio per esserlo, perché sa che è solo arrivando fino in fondo a quella libertà che si può poi vedere cosa succede quando quell’uomo, arrivato alla fine, decide di guardarsi davvero allo specchio.

Ed è qui che il film trova il suo centro emotivo più vero: nella redenzione tardiva, impossibile da compiere del tutto, di un uomo che per la prima volta si prende a cuore qualcuno di innocente, una delle giovani studentesse cilene che incrocia sull’isola, e che nel farlo comincia a intravedere il peso reale di quello che ha fatto.

Non è un pentimento pulito, non è catarsi da manuale: è più simile a un uomo che, non avendo più nulla da perdere, si concede finalmente il lusso di sentire qualcosa. La fotografia granulosa e calda, quel colore che sembra pellicola invecchiata al sole, accompagna questo scivolamento senza mai sottolinearlo con troppa insistenza: è il tipo di scelta tecnica che non chiede di essere notata, e proprio per questo funziona.

Wild Horse Nine non ha portato a casa il Leone d’Oro, andato altrove, ma è stato il film più applaudito della Mostra, e guardandolo si capisce perché: è raro trovare una commedia nera così spietata con la Storia e così generosa con i suoi personaggi, capace di far ridere un attimo prima di far male, e di lasciarti addosso la sensazione, tutt’altro che scontata, di aver visto due uomini vecchi fare i conti, per la prima volta davvero, con quello che sono stati.

Autore

  • Federica Guzzon

    Scrivo, parlo, penso e vivo di cinema da anni, con una predilezione per l’animazione (soprattutto se firmata Laika), le storie grottesche e le inquadrature che spiazzano.

    Cambio colore di capelli ogni mese — technicolor permanente — ma non idea su cosa cerco in un film: stupore, regia che osa, montaggio che taglia dove non ti aspetti.

    I musical allegri mi fanno paura, le commedie troppo romantiche anche. L’amore è un’altra cosa, spesso queer, mai lineare. Vivo per le interviste: ogni ospite è un DLC narrativo da scoprire.

    Mi muovo tra comunicazione, promozione e critica, sempre con lo stesso obiettivo: raccontare storie, anche quando si mimetizzano tra le righe.

    Prendersi troppo sul serio? No grazie. Prendere sul serio il cinema? Sempre.

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Data pubblicazione: 09/14/2026
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