Come si racconta la storia di un uomo che ha cambiato le regole della cucina mondiale? Forse partendo da un libro che, prima ancora, aveva cambiato le regole del modo di raccontare la cucina.
Kitchen Confidential non è soltanto il libro che ha reso Anthony Bourdain famoso, ma il punto di arrivo di una vita che, prima di diventare quella di uno degli chef più importanti degli ultimi decenni, era fatta di errori, fallimenti, lavori improbabili, cucine infernali e soprattutto di una domanda: cosa voglio fare della mia vita?
Una domanda così semplice, ma che allo stesso tempo diventa universale. È proprio da qui che parte Tony – Diario di un giovane cuoco, il film che racconta per la prima volta, Anthony Bourdain prima che diventasse Anthony Bourdain.
E questa è già la prima scelta interessante del film, perché non ci troviamo davanti al classico biopic che vuole raccontare tutta la vita di un personaggio famoso, dalla nascita al successo, passando attraverso cadute, rinascite e immancabile consacrazione finale. Qui non interessa il mito ma mostrarci l’uomo che tutti conosciamo. Interessa il ragazzo, Tony, come ama farsi chiamare, perchè Anthony lo chiama solo suo madre.
Tony, dunque, vuole fare lo scrittore, sogna di ottenere una borsa di studio che gli permetta di avere finalmente il tempo per scrivere. Ma la vita lo porta altrove e si ritrova a lavorare in cucina, entra in un mondo che inizialmente sembra non appartenergli e che, proprio attraverso la fatica, il caos e le persone che incontra, finirà per costruire la sua identità.
Il film racconta quindi un’estate, un momento apparentemente piccolo, ma fondamentale, il momento in cui un ragazzo comincia inconsapevolmente a diventare l’uomo che sarà. Ed è proprio questa dimensione a rendere Tony – Diario di un giovane cuoco diverso da molti biopic contemporanei.
Non serve raccontare la leggenda, per raccontare un personaggio
A dirigere la pellicola c’è Matt Johnson, giovane regista che ha dato prova di sé vincendo lo SlamDance Film Festival con un film a basso budget.
Il regista non lo mette su un piedistallo, ma lo segue, rimane con la macchina molto vicino a Tony e, soprattutto, rimane dentro il suo punto di vista. È una scelta registica questa, che potrebbe sembrare semplice, ma che diventa fondamentale per la costruzione del film: noi non sappiamo più di lui, non conosciamo veramente gli altri personaggi se non attraverso quello che Tony riesce a vedere, capire o intuire.
È quasi come se il film ci chiedesse di fare il viaggio insieme a lui e questo permette alla regia di evitare uno dei rischi più grandi del biopic, ovvero la celebrazione, prefendo mostrarci le esperienze che, messe una accanto all’altra, contribuiranno a costruire il personaggio che tutti noi conosciamo.
La cucina diventa così una palestra, un luogo dove Tony impara la disciplina, la gerarchia, il sacrificio, la frustrazione e soprattutto il rapporto con gli altri. Tony, che ancora non sa cosa vuole diventare, imparerà tutto in quella cucina.
Una fotografia che non vuole mettersi in mostra
A raccontare visivamente questa trasformazione c’è Michael Bauman, direttore della fotografia premio Oscar, che ha già lavorato a film con Paul Thomas Anderson come Licorice Pizza e Una battaglia dopo l’altra.
La sua fotografia è forse uno degli elementi più sorprendentii del film: non cerca la spettacolarità, non trasforma la cucina in un luogo patinato, pieno di colori perfetti e piatti fotografati come fossero opere d’arte, ma, al contrario, sembra voler mantenere una certa naturalezza:g li ambienti sono vissuti, la luce non attira l’attenzione su di sé e i colori rimangono contenuti. La macchina da presa può muoversi, entrare negli spazi, seguire i personaggi, ma senza trasformare ogni momento in una scena da videoclip.
È una fotografia che lavora per sottrazione e funziona proprio perché lascia spazio al protagonista.
La cucina diventa calda, rumorosa, affollata. Un luogo quasi fisico, nel quale il sudore, il fuoco, il rumore dei coltelli e la velocità del servizio diventano parte della narrazione. Non abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi quanto sia difficile quel lavoro. Lo vediamo, lo sentiamo.







