Mother Mary – David Lowery trasforma una popstar in un incubo emotivo
Di questo film probabilmente nessuno vi dirà mai che è un horror, perché tecnicamente non lo è.
Ma Mother Mary ha quelle luci, quelle atmosfere, quella sensazione costante di disagio che appartiene proprio al cinema horror. E soprattutto ha quella capacità di inquietare senza bisogno di mostri o jumpscare.
Il nuovo film di David Lowery arriva come uno degli oggetti cinematografici più strani e affascinanti prodotti recentemente da A24, e per certi versi sembra quasi un ritorno alle origini dello studio: cinema d’autore, libero, imperfetto, ma pieno di immagini che restano addosso.
Mother Mary ha diviso la critica internazionale; alcuni lo hanno definito un melodramma musicale visionario, altri un film volutamente irrisolto e caotico. Ma quasi tutti concordano su una cosa, ovvero che è impossibile confonderlo con qualsiasi altra produzione contemporanea.
Lowery costruisce una storia che parte come un drama musicale e lentamente si trasforma in qualcosa di molto più oscuro.
Il film inizia con calma, quasi troppo. Dialoghi, musica, lunghe pause, performance artistiche. Ci vuole tempo per capire dove voglia andare a parare.
Poi però succede qualcosa: il film si apre, cambia pelle, si deforma. Ed è lì che Mother Mary trova davvero la sua identità. Le scenografie diventano sempre più fredde e artificiali, le composizioni dell’immagine sembrano studiate per intrappolare i personaggi, mentre il rapporto tra le due protagoniste assume toni quasi tossici, ossessivi.
Più che raccontare una popstar, Lowery sembra voler raccontare il peso della performance continua, della fama e dell’identità costruita davanti agli occhi del pubblico. Il parallelismo con In Fabric di Peter Strickland viene quasi spontaneo. In quel film era un vestito rosso a trascinare morte e ossessione. Qui quel rosso rimane, ma diventa simbolo, presenza emotiva, metafora di qualcosa che consuma lentamente chi lo indossa.
A sorprendere è soprattutto Anne Hathaway, completamente immersa nel personaggio. Canta, balla, domina la scena come una vera icona pop. E non è un caso: Lowery ha dichiarato di essersi ispirato anche a figure come Taylor Swift per costruire il personaggio di Mother Mary. Hathaway riesce a essere magnetica e disturbante allo stesso tempo, mentre Michaela Coel le fa da contrappeso emotivo perfetto, più trattenuta ma altrettanto intensa.
Anche la colonna sonora di Daniel Hart è fondamentale. Le musiche accompagnano il film in modo quasi ipnotico, diventano parte integrante del racconto e contribuiscono a creare quell’atmosfera sospesa tra musical, drama psicologico e horror emotivo.
Certo, il film non è perfetto: la trama a volte sembra confusa, alcuni passaggi restano volutamente poco chiari e non tutto viene davvero approfondito. A qualcuno potrebbe piacere questa libertà narrativa, mentre altri potrebbero trovarla frustrante.
Ma Mother Mary è uno di quei film che funzionano più per sensazioni che per logica. E forse è proprio qui che A24 sembra aver ritrovato sé stessa: nel piacere di raccontare storie semplici sulla carta, ma capaci di trasformarsi in esperienze emotive e visive molto più grandi di quanto sembrino.
Un film imperfetto, ambiguo, a tratti caotico, ma anche uno di quelli che, una volta finiti, continuano a rimanerti in testa.







