Chi si ricorda dei Catari, eretici noti anche come Albigesi, che si diffusero in pienissimo Medioevo sopratutto tra Francia e Italia e che sostanzialmente ritenevano il corpo una prigione per lo spirito e che predicavano l’astensione dal sesso e il rifiuto di qualsiasi soddisfazione dei bisogni del corpo? Probabilmente nessuno, dato che furono sradicati violentemente dalla Chiesa, alla quale si opponevano. Per quanto già la loro traiettoria ideale, in fatto di escatologia, sarebbe stata la lenta consunzione per fame…
Allora se i Catari non fanno più paura a nessuno, come mai quest’odio feroce nei confronti degli shakers ritratti ne Il testamento di Ann Lee, il nuovo film di Mona Fastvold, già presentato con scarso successo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato accolto con freddezza (quando non apertamente sbeffeggiato)?
Si può ipotizzare una resistenza del mondo moderno ancora molto forte nei confronti di forme come questa di religiosità estrema – per quanto parlare di religione per questa derivazione quacchera possa apparire fin troppo generoso, giacché il termine setta non sembra fuori luogo. Poi c’è un altro fattore da tenere in considerazione, ovvero la natura di musical / anti-musical del film, nervo scoperto per molti cinefili e critici e già alla base di un certo sospetto nei confronti di un gran film quale Emilia Perez.
Infine, e qui iniziamo davvero a parlare del film, c’è l’ambiguità, anzi l’indecifrabilità dello sguardo della regista di fronte alla vita di Ann Lee (interpretata da Amanda Seyfried), fondatrice degli Shakers, che nella Manchester di metà Settecento trova la propria dimensione spirituale ideale in un gruppo religioso di cui velocemente – anche grazie a visioni di cui non capiamo mai la veridicità – diviene l’indiscussa leader e profeta, nonché seconda incarnazione di Cristo in forma femminile.
E da giovane sposa di un fabbro, con tanto di quattro gravidanze interrotte e sofferte alle spalle, Ann comincia a predicare l’astinenza sessuale, l’egualitarismo, il pacifismo e l’impegno nel lavoro come forme di comunione con il divino, portando i propri seguaci oltreoceano, in cerca di libertà e terreno fertile, nei rampanti Stati Uniti ancora in cerca di nuova linfa vitale.
Il tutto è raccontato dalla devota più fedele, Mary (Thomasin McKenzie), come se effettivamente si trattasse di una vera e propria agiografia — termine che usiamo non in senso peggiorativo, ma a indicare una forma letteraria ben precisa. Il film infatti riprende la struttura narrativa della vita dei santi, con tanto di visioni, martirii, e una progressione teleologica verso la morte come compimento del percorso di Ann. Si tratta di una scelta originale, e in un certo qual modo ambiziosa, che si mantiene coerente durante tutti i 137 minuti di durata. Ma anche molto rischiosa, come abbiamo preannunciato.
Il dubbio infatti ricade sullo sguardo che Fastvold posa su Ann Lee e i suoi seguaci, ovvero se sia di partecipazione empatica, di distanza rispettosa, di curiosità o altro ancora. È difficile dirlo con sicurezza, dato che varie modalità si alternano, con una prevalenza della vicinanza, ma – anche a causa della natura agiografica – non viene mai dato troppo spazio all’emozione. Ci si tiene sempre dunque a rispettosa distanza, fatta salva per qualche eccezione ironica o commossa, e la partecipazione ne risente. Il risultato è simile a quello del sermone di un predicatore, cosa che potrebbe piacere o dispiacere a molti per semplice partito preso.
A cosceneggiare l’opera c’è Brady Corbet, compagno non solo privato anche lavorativo di Fastvold, che ha fatto lo stesso per The Brutalist; i paralleli tra le due opere sono indubbiamente notevoli, quelli tematici in primis. Entrambi i film raccontano un’impresa di rinnovamento destinata al fallimento, una missione religiosa o artistica attraverso la quale i protagonisti si confrontano e scontrano con il mondo, nonché la duplicità del Sogno americano e degli Stati Uniti, Leviatano che prima accoglie e poi brutalizza i corpi estranei.
Eppure la sensazione è che Corbet riuscisse a mantenere una tensione autentica, uno sguardo critico e insieme partecipazione emotiva, mentre Fastvold oscilla in modo meno risolto, per quanto sia da sottolineare con interesse l’originale taglio dato alla dimensione femminista degli Shakers.
Sul versante formale, la confezione è di alto livello, e sempre ricordando The Brutalist non si direbbero affatto che il budget ammonti a 10 milioni. Girato in pellicola, il film sviluppa uno stile che combina una fotografia pastosa con movimenti di camera eleganti e seducenti che danno vita sequenze isolate di grande potenza visiva che spesso e volentieri riguardano le scene concernenti le danze frenetiche – o per meglio dire i tremiti estatici, per quanto in sincrono – e gli inni intonati dagli Shakers
Sono sequenze spesso costruite su piani sequenza di notevole respiro, si aprono o si chiudono su coreografie che hanno assai più a che fare con la danza contemporanea che con la tradizione del genere cinematografico, con un effetto straniante. Merito di Celia Rowlson-Hall — già collaboratrice di Corbet in Vox Lux — che riesce a costruire movimenti che ricordano il rituale pagano più che la performance artistica, e che il pubblico potrebbe trovare tanto ipnotici quanto respingenti, dato che non a caso riflette l’esperienza della contemplazione mistica.
Infine come non citare l’apporto fondamentale di Daniel Blumberg, già premio Oscar per The Brutalist, le cui composizioni sono basate sugli inni tradizionali degli Shakers e hanno tanto la potenza e l’arcaicità della vera musica sacra e della litania, quanto l’immediatezza del pop la struttura e il peso specifico di musica sacra autentica — nei momenti migliori sembra di ascoltare qualcosa di prossimo all’esperienza liturgica.
Ma sopra ogni altra cosa Il testamento di Ann Lee è anche il testamento del grandissimo talento di Amanda Seyfried, che dona tutta se stessa al personaggio, in primis con una voce cristallina al servizio di melodie dolcissime. Ma la recitazione dell’attrice riesce a compiere un piccolo miracolo, ovvero dare una parvenza di problematicità e sfumature a un personaggio che altrimenti avrebbe corso il rischio di rimanere solo sulla carta.
In definitiva Il testamento di Ann Lee è un’opera che promette più di quanto mantenga — non tanto per mancanza di talento, invero evidente, ma perché sembra mancare un vero punto di vista sul materiale del racconto, che per quanto originalissimo e interessante per le tante suggestioni non arriva praticamente mai a farci capire qualcosa di nuovo o inedito sul mondo.







