Tra tutti i generi cinematografici l’horror è probabilmente quello che ha una maggiore necessità di rinnovarsi, per molteplici ragioni che hanno tanto a che vedere tanto con i temi affrontati, tanto con le tecniche utilizzate (effetti speciali in primis). Ecco perché nell’horror c’è spesso e volentieri una corsa alla gimmick, ovvero alla trovata, all’idea nuova, che possa rinnovare la sensazione di orrore, inquietudine, spavento, disagio nello spettatore.
Ben Leonberg per il suo Good Boy ha avuto dunque un’idea da una parte tenere e dall’altra assolutamente efficace, tra l’altro in linea con una tendenza di un certo cinema d’autore ad adottare prospettive non antropocentriche: rendere un cane il protagonista assoluto del suo film, privilegiandone il punto di vista.
Dunque al centro di Good Boy c’è l’esperienza di Indy, un Nova Scotia duck tolling retriever (qualunque cosa voglia dire questa serie di nomi) che è il compagno fedele e l’unico amico di Todd, giovane afflitto da una misteriosa malattia, che capiamo essere giunta agli sgoccioli, il quale testardamente si rifugia nella vecchia casa del nonno suicida, nonostante la preoccupazione della sorella che lo bersaglia di chiamate ansiogene. Inutile dire – ma basterebbe un solo sguardo – che la casa è infestata da presenze inquietanti e apparizioni fantasmatiche, percepite in primis dal cane, grazie al suo acuto istinto.
Il film è girato tutto ad altezza animale, per quanto ogni tanto rompa questo assunto per esigenze narrative, ed è prevedibilmente ma anche incredibilmente “recitato” da un cane in stato di grazia: è il trionfo dell’effetto Kulesov (al link la spiegazione – di base un volto inespressivo viene caricato di significato da ciò che lo precede o lo segue al montaggio) e questa artificio porta a una grande partecipazione emotiva alle avventure della tenera bestiola. Almeno in prima battuta, cioè.
Purtroppo – e qui iniziano le noti dolenti – questo piccolo film, compatto nella durata di appena un’ora e un quarto, dal budget ristretto ma tutto sommato non indifferente per un indie, non riserva grandi sorprese quando si deve valutare ciò che è a schermo: il tutto infatti è una metafora non troppo sottile del distacco terreno di un uomo e dalla sua accettazione della dipartita, ma vista dagli occhi acquosi del suo fidato animale.
Il guaio è che questa prospettiva limita al minimo la nostra adesione al dramma di Todd – tutti gli umani non si vedono mai in viso – e a conti fatti le interazioni tra i due si riducono alla proverbiale dimostrazione di affetto senza riserve del tenace quadrupede. Si aggiunga che Leonberg firma registicamente un horror solido assolutamente nella media, privo di un qualunque guizzo o invenzione visiva, e che il ritmo, anche per la scelta di campo aprioristica, latita nella parte centrale, nonostante il minutaggio. Infine bisogna ammettere che non esaltano neanche degli effetti speciali sotto il livello di guardia, che fanno ampiamente di necessità virtù, ma che limitano anche il coinvolgimento sensoriale.
Paradossalmente Good Boy mostra ambizioni ristrette per quel che è stato il martellante battage pubblicitario, dovuto ovviamente all’idea del secolo, e ripropone un’equazione abbastanza stantia che accomuna la malattia alla presenza oscura. Intuizione che procede stanca e ripetitiva almeno fino a che non si scioglie in un finale – quello sì – piuttosto commovente, se si ha mai avuto a che fare con animali domestici.
Insomma, un film che è difficile sconsigliare agli amanti dei cani e che comunque vale il poco impegno richiesto da una durata saggiamente breve. D’altro canto non è facile consigliarlo a cuor leggero a chiunque non nutra grande interesse per il genere, dato che non si va molto oltre la raccolta dei tipici stilemi dell’infestazione fantasmatica. In ogni caso la pellicola è stata acquistata da Midnight Factory, il che vuol dire che dopo il passaggio ad Alice nella città – Festa del Cinema di Roma sarà possibile vederlo sulle principali piattaforme di streaming.







