Monster: The Lizzie Borden Story, in streaming su Netflix con protagonista Ella Beatty per un totale di otto episodi, si guarda meglio come un film sul crollo di un mondo che come un true crime processuale.
Siamo a Fall River nel 1892, e Lizzie è una donna di 32 anni tenuta in casa, senza soldi, senza matrimonio, senza futuro, sotto un padre padrone e una matrigna che gestisce la casa come una prigione borghese, e l’omicidio con l’accetta ? In questa lettura, non è un raptus, ma un’esplosione dopo una contrazione violenta e lunghissima del contesto sul corpo femminile.
C’è la Pearl di Ti West, per esempio, per il meccanismo: anche Pearl non nasce mostro, viene ristretta, infantilizzata, repressa sessualmente e socialmente, finché il desiderio di vita diventa violenza, e la fattoria di Pearl e la casa di Fall River funzionano come la stessa trappola, dove fuori è proibito e dentro si impazzisce.
Lisbeth Salander de La trilogia di Millennium è un altro richiamo, ovvero una donna a cui il sistema, con tutore, psichiatria e famiglia, contrae ogni spazio, e quando esplode non è vendetta cieca, ma precisione; Lizzie in questo senso le assomiglia, studia, aspetta e colpisce dove fa più male, perché ha imparato che nessuno la salverà.
Poi ci sono Gone Girl di David Fincher e Una donna promettente di Emerald Fennell. Come Amy Dunne, Lizzie costruisce una narrazione da brava ragazza perbene, incapace di uccidere, e come Cassie trasforma il trauma in progetto, e non è solo vendetta, ma risorgimento, cioè riprendersi il potere in modo da poter raccontare chi è, dopo anni in cui altri lo raccontavano per lei.
Alla fine resta l’immagine di una Cenerentola anti-copernicana e violenta, dove non c’è principe, non c’è fata, non c’è perdono, ma ci sono sorelle, con Emma complice e testimone, e una matrigna da eliminare, non da sopportare, e la favola si rovescia, perché non è la serva che diventa principessa, ma è la prigioniera che diventa carnefice per smettere di essere serva.







