La nostalgia non basta a raccontare Pino Daniele
Cosa bisogna trovare in un biopic quando si va al cinema?
Nicola Prosatore ci porta in sala un film (presentato alla Festa del Cinema di Roma) che sembra una miniserie. Je so’ pazzo, il biopic sulla vita di Pino Daniele, non arriva dove dovrebbe. Nonostante Massimiliano Caiazzo, che si trasforma e diventa impressionantemente simile al cantautore napoletano, il film ha diverse debolezze. La storia è frammentaria, la regia non è mai troppo presente e il montaggio non aiuta a dare continuità al racconto. Il secondo film diretto da Prosatore, insomma, non convince.
La scenografia e la fotografia aiutano sicuramente la pellicola. La ricostruzione di una Napoli lontana nel tempo ha una sua forza, ma il problema è un altro: cosa vuole raccontarci davvero questo film? La scelta è quella di concentrarsi su aspetti della vita di Pino Daniele che lo spettatore conosce meno. Il cantautore viene raccontato come un ragazzo irrequieto, a tratti un piccolo bullo, un genio consapevole di poter fare quello che vuole con la propria musica. Una scelta legittima, soprattutto quando si decide di raccontare l’uomo prima dell’artista.
Ma c’è un passaggio che manca, ed è forse quello più importante: come si passa da Pino Daniele, un ragazzo che cerca la propria strada, a Pino Daniele, l’artista che tutti conosciamo? La sua ascesa verso la celebrità è troppo rapida. Alcune tappe e alcuni incontri vengono sacrificati per lasciare spazio al rapporto con la famiglia, che diventa il vero centro del racconto. Il legame con il padre assume un ruolo fondamentale nella sua crescita, ma tutto questo finisce per occupare uno spazio che avrebbe potuto essere utilizzato anche per raccontare la nascita della sua musica. Perché quando vai al cinema a vedere un film su Pino Daniele non vuoi necessariamente assistere a una celebrazione. Vuoi capire da dove arriva quella musica, quali esperienze l’hanno generata, quali incontri hanno contribuito a trasformarla in qualcosa di unico.
La nostalgia per le sue canzoni non può sostituire il racconto di come quelle canzoni siano diventate immortali. E qui il film perde un’occasione. La musica c’è, naturalmente. Ma spesso sembra quasi un richiamo emotivo, un modo per riportare lo spettatore verso un artista che conosce già, anziché uno strumento per accompagnarlo alla scoperta di qualcosa che ancora non sa. Se conosci Pino Daniele, puoi ritrovare le emozioni legate alle sue canzoni. Se invece, come nel mio caso, non conosci a fondo la sua vita, rischi di uscire dalla sala con più domande di quante ne avessi all’ingresso. Anche il rapporto con Dorina, la compagna di vita di Pino, non riesce a dare sufficiente spessore alla storia d’amore. I personaggi entrano ed escono dal racconto, gli incontri si susseguono e alcuni passaggi sembrano più importanti per ciò che dovrebbero rappresentare che per quello che riescono effettivamente a raccontare.
Il risultato è un film pieno di scarti narrativi, che procede per momenti isolati senza riuscire sempre a costruire un percorso convincente. Tratto liberamente dal libro di Alessandro Daniele, Pino Daniele – «Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce», il film sembra voler racchiudere troppi aspetti della vita dell’artista senza trovare una direzione davvero precisa.
E poi ci sono le occasioni mancate. Il rapporto con Napoli, per esempio, avrebbe meritato uno spazio capace di raccontare meglio il legame tra il cantautore e la sua città, anche attraverso gli incontri e le amicizie che hanno segnato il suo percorso. Penso a Massimo Troisi, una figura che avrebbe potuto offrire un ulteriore punto di vista su quel mondo artistico e umano.
La sensazione è che si cerchi continuamente la scena madre, il momento destinato a emozionare, la sequenza che dovrebbe farci sentire più vicini al protagonista. Ma senza un percorso narrativo solido, anche i momenti più importanti rischiano di perdere forza.
La scena finale del concerto gratuito in Piazza del Plebiscito, con la sua enorme portata simbolica, dovrebbe rappresentare il punto d’arrivo di tutto quello che abbiamo visto. Eppure, proprio quando il film dovrebbe restituirci il peso del percorso compiuto da Pino Daniele, rimane la sensazione che manchi qualcosa. Perché quel concerto è diventato un evento così importante? Che cosa ha significato per Pino, per Napoli e per la sua musica? Il film non riesce a dare a queste domande tutto lo spazio che meritano. Massimiliano Caiazzo resta uno degli elementi più convincenti della pellicola. La trasformazione fisica è notevole e la somiglianza con Pino Daniele è impressionante. Ma un’interpretazione convincente non può compensare tutte le debolezze della scrittura.
Il problema di Je so’ pazzo è che vuole farci sentire la nostalgia per un artista senza riuscire davvero a raccontarci la sua grandezza. E quindi, alla fine, torno alla domanda iniziale: cosa bisogna raccontare in un biopic? Non necessariamente tutta una vita, né ogni incontro o ogni successo. Bisogna trovare un punto di vista, scegliere cosa raccontare e dare a quella scelta un senso. Je so’ pazzo sembra invece voler raccontare tante cose senza riuscire a decidere quale sia davvero la più importante. E quando esci dal cinema con più domande di quelle con cui sei entrato, forse il problema non è che il protagonista fosse un mistero. È che il film non è riuscito a fartelo conoscere.







